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Marco Galliano, la vita oltre la montagna

Avevo donato la stessa attrezzatura al Museo Olimpico di Torino che poi, purtroppo, ha chiuso pochi anni dopo le Olimpiadi ridandomi tutti i miei materiali. Per questo ho accettato con interesse l’idea di poter donare tavola, scarpone e zaino al Museo Montagna” spiega il saluzzese Marco Galliano riferendosi alla tavola da snowboard utilizzata per scendere il Cho Oyu (8021 metri) nel 2009 e poi allo zaino e lo scarpone impiegato invece nel 2011 per la spedizione al Manaslu (8167 metri), il suo secondo Ottomila.

Spiegare chi è Marco non è facile. Si tiene bene alla larga dai riflettori e non ha mai amato granché apparire. Anche oggi, mentre ci racconta la sua vita di sportivo e lavoratore, di “vacanziere” delle altissime quote, come ama definirsi, è quasi intimidito. Vorrebbe quasi poter spostare l’attenzione su altri soggetti, magari sulla sua tavola che, a breve, troverà posto nelle collezioni del Museo Montagna.

Verrà infatti ufficializzata il 7 marzo, durante un’interessante serata, l’acquisizione delle attrezzature di Galliano da parte del Museo Torinese.

Che significato ha questa donazione?

È una cosa nata quasi per caso, ma un grande piacere. Un orgoglio personale poter vantare un pezzo della mia vita conservato al Museo Montagna. Ovviamente, sono felice di questo riconoscimento non soltanto per quello che ho fatto personalmente in Himalaya ma penso sia un grande riconoscimento all’attrezzo stesso: lo snowboard. Il fatto che uno spazio così prestigioso ospiti la tavola in una sua istallazione permanente rappresenta per me una sua consacrazione.

Ovviamente poi, questo è anche un modo per rivangare il passato. Un periodo della mia vita che ho quasi rimosso del tutto dopo le due spedizioni. 

Cosa vuol dire che hai rimosso tutto dopo le spedizioni?

Subito dopo essere rientrato, nel 2011, avevo in progetto di ripartire in primavera. Ambivo a realizzare due Ottomila in un anno. Mi ero detto che magari con questa realizzazione in tasca sarei riuscito a trovare qualche sponsor più grande che mi avrebbe pagato l’intera “vacanza” (ride). Poi però è andato tutto diversamente. Qui c’era una crisi nera e a questo si sono aggiunte molte problematiche familiari. Mia madre era ammalata da tempo, durante la spedizione si aggravò e al mio ritorno la vidi molto cambiata. È stato quasi uno scossone che mi ha dato lo stop. L’attrezzatura è rimasta quasi tutta a Katmandu nella speranza di una nuova spedizione, ma se non riparti subito gli anni passano e la convinzione anche.

Ultimamente però hai ricominciato a fare qualcosa…

Si, in quest’ultimo anno ho ricominciato a muovermi. È stato complesso. In confronto bloccare tutto è stato molto più facile. 

Dovendo ripensare alla mia carriera devo dire che sono sempre stato molto fortunato. Molti devono ripetere i tentativi, devono provarci più volte prima di riuscire nel loro piano mentre per me è sempre filato tutto liscio. Ho sempre fatto centro, prima sull’Elbrus, poi sul Muztagata e ancora sul Cho Oyu, fino al Manaslu. Sono sempre riuscito ad andare in vetta al primo tentativo.

Sono stato fortunato in spedizione e, forse un po’ meno nel resto delle cose. Ho avuto mia mamma molto malata, ho dovuto cambiare completamente lavoro. Ho dovuto chiudere due attività dopo tanti anni che le mandavo avanti e poi c’era tutta quella notorietà… Dopo il secondo Ottomila avevo troppa visibilità e, mentre a volte questa può dare tanto, altre volte può prosciugarti dentro.

Come mai la pensi così?

Perché quando finisci troppe volte sui giornali molti cercano di tirarti fuori l’exploit a tutti i costi mentre io ho sempre pensato che quelle in Himalaya erano le mie vacanze. Volevo fare quel che piaceva a me, come piaceva a me.

Tutto questo mi ha portato ad un totale rifiuto della montagna.

Avevo perso del tutto l’interesse per le alte quote. Quando, tempo dopo, ho riprovato ad andarci, ho avuto la sfortuna di assistere a due incidenti mortali sul Monviso, la montagna di casa, e questo mi ha nuovamente allontanato dalla montagna, segnandomi profondamente. Non c’era più la stessa atmosfera, non provavo più le stesse emozioni. Ci ho messo un po’ a capirlo, poi mi sono convinto che quello fosse un segnale. 

Sono sempre stato molto scaramantico: ho preso una lunga pausa, dedicandomi unicamente al lavoro e quest’anno, per fortuna, sono ritornato in montagna. All’inizio della stagione avevo poco entusiasmo, man mano però ho iniziato a divertirmi.

Niente più Ottomila quindi…

Non credo. Ci ho sempre sperato, l’età ci sarebbe ancora, ma credo di aver chiuso.

Hai ancora un sogno per il futuro?

Fino a pochi anni fa avrei certamente detto il terzo Ottomila, ci credevo davvero. Quello però ormai è un sogno svanito. Ora vorrei solamente continuare ad andare in montagna divertendomi, con la stessa determinazione di un tempo per poter far ancora qualcosa qui in zona.

Cos’ha significato scendere con la tavola da ottomila metri di quota?

La tavola è stata la molla che ha fatto scattare il desiderio di salire una di quelle montagne. Non mi sono mai reputato un vero alpinista. Non faccio ghiaccio e più che a scalare, in montagna ci vado corricchiando. Vado spesso solo, mai in cordata. L’idea dell’Ottomila nasce mentre ero sul Muztagata. Mi trovavo bene a quella quota e mi è venuta voglia di capire come avrebbe reagito il mio corpo salendo più in alto. Il mio corpo reagiva benissimo e così ho deciso di tentare il Cho Oyu, uno dei più facili Ottomila. Sfidare il mio corpo mi piaceva molto e l’idea di andare in Nepal mi affascinava. La vera motivazione era però poter scendere con la mia tavola lungo la montagna. Avevo appositamente scelto l’autunno per trovare più neve, ero molto motivato.

Dopo la discesa cosa ti è rimasto?

Quella dal Cho Oyu me la sono goduta tantissimo perché ero solo, ma veramente solo. Sono partito dalla cima in completa solitudine ed è stato bellissimo. Mi sono dovuto allontanare molto dalla linea di salita e in quel momento il cuore pulsava, non so se per la quota o se per l’emozione. 

Anche a campo 2 sono arrivato che non c’era nessuno, con la tavola sono sceso velocemente. Quella notte non ho dormito. Ho passato la notte attaccato al satellitare con gli amici.

Avevo realizzato un sogno, il sogno di una vita e non stavo nella pelle!

 

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