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Le sette vite di Tomek

Era la sua settima volta al Nanga Parbat d’inverno e “ci ha lasciato lo zampino”. Come i gatti randagi, lui era così, ed Elisabeth se n’è innamorata, non di Tomek, ma del gatto randagio.

Anu, la moglie, è stata con Tomek fino alla fine e dopo. Lo piange ed è felice per Elisabeth. Anu è stata anche con noi, in un gruppo whatsapp che il manager di Elisabeth, Ludovic, ha attivato insieme a Daniele Nardi, che con Elisabeth aveva condiviso un Nanga in inverno e il sogno ancor più impossibile di salirne lo sperone Mummery. Anu, annunciata dal trillo di whatsapp, ha con gentilezza chiesto di ora in ora di ricordarsi di Tomek, che anche lui era lì, poco più su. Anu è stata la sua anima, il suo cuore e la sua voce per tutti noi, per 48 ore: decisa, implorante, perentoria ci ha ricordato il “gatto selvatico”, i suoi figli e l’imperativo morale di non girare lo sguardo verso la soluzione meno disperata.

Tomek lascia il suo nome inciso longitudinalmente sulla montagna dei suoi sogni e della sua ossessione, lungo la via che prima si chiamava nobilmente con il nome dei suoi ideatori Messner e Eisendle e che ora è la via Marckievicsz e Revol, i primi che l’hanno salita fino in vetta.

Ma lo ricordate alla sua sesta vita, nell’inverno di due anni fa? Lui ed Elisabeth erano rimasti, come quest’anno, insieme sulla montagna fermi come gatti per ore e giorni, in attesa che il vento mollasse per sgusciare ancora qualche centinaio di metri più avanti, portandosi fin là la tenda. Loro sì senza mezzi di comunicazione. Poi un giorno Elisabeth all’alba fuggì in Francia, erano finite le vacanze, disse, doveva tornare al lavoro. Lui rimase a vagare lungo la valle Diamir, dalle rive dell’Indo che scorre giù in basso fin su ai pascoli alti e innevati, dopo le foreste di bambu prima e poi di betulle giganti e infine di conifere. Chiese aiuto, cibo e una corda a cui legarsi per andare in vetta, ma fu scacciato come un gatto con la rogna che miagola e infastidisce fuori casa.

Elisabeth aveva perso un moschettone di cristallo il mattino che se n’era andata e lui lo ha raccolto e, passata qualche stagione, l’ha cercata per renderglielo; quando l’ha incontrata ha fatto le fusa arruffando il pelo rosso e selvatico e lei, la dura e imperturbabile regina delle montagne, ha ceduto alle lusinghe e se l’è riportato sul Nanga, questa volta fin sulla vetta, dimenticando per la gioia che questa era la sua settima vita, l’ultima.

Nessuno ha potuto e voluto salvare quel gatto ormai domato, accucciato nella neve del gran catino sotto l’argenteo trapezio sommitale della vetta del Nanga Parbat: non i polacchi nerboruti, determinati e super efficienti, non le chiacchiere eteree sui satelliti o le parole compite delle cancellerie. Nemmeno la mano lieve e miracolosa di Elisabeth questa volta lo ha salvato. Anu ha ringraziato tutti, per aver salvato Elisabeth e con un filo di voce ha ripetuto: “Non dimenticate di Tomek”.

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22 Comments

  1. Quanto vorrei che ne avesse nove di vite. E’ terribile pensare che sia finita così per Tomek. Lui è lassù. Irragiungibile per tutti.

  2. Difficile dimenticare Tomek, sicuro.
    Da padre di 3 figli mi sorgono molte considerazioni, che purtroppo in questo mondo e a questo punto valgono meno di niente.
    Nel rispetto dei sogni di una persona che ha vissuto molto di più di quello che potrei fare io in tre vite, posso solo sperare che la sua famiglia abbia ricordi e forze per continuare senza di lui.
    Grazie per l’articolo.

  3. Ed ora mi chiedo (senza potermi dare una risposta): e se ora i polacchi riuscissero a salire in vetta al gigante K2 come si potrà poi sostenere che raggiungere Tomek fosse un’impresa troppo rischiosa e sicuramente impossibile? A quel punto si dovrebbe più sinceramente ammettere che non si trattava di obiettivo prioritario…
    Allora spero per il bene di tutti che la spedizione nazionale polacca non riesca questo inverno a salire sul K2 e che di conseguenza nessuno possa misurare sui piatti della bilancia un salvataggio mezzo abortito con una scalata completata.

    1. Non sai di cosa parli, Urubko e Bielecki in tempo record, di notte hanno scalato 1100 m di parete in alcuni punti quasi verticale. Erano esausti e il meteo peggiorava, Tomek si trovava più di 1000 metri su. Nessuno del team k2 provera attacco alla vetta se il tempo non lo permetterà cioè almeno 4 giorni di bel tempo. Io spero nel successo della spedizione

    2. Non credo che le due operazioni siano confrontabili
      e non dimentichiamoci che nonostante gli aggiornamenti costanti che abbiamo ricevuto (approfitto per ringraziare la redazione) noi spettatori conosciamo solo una parte piccola della storia intera.
      Quando ne scriviamo rischiamo di far diventare le persone dei personaggi, ma è un errore. Le persone sono persone,
      nel caso specifico direi tutte persone piuttosto straordinarie.

    3. Ciao Andrea,
      Da quello che ho sempre letto sul Nanga, da quell’altezza è impossibile portare giù qualcuno che non cammina autonomamente, anche qualora avessimo avuto solo bel tempo e scalatori riposati.
      Se consideriamo che i polacchi erano già abbastanza stremati e con una persona a carico, che il bel tempo non sarebbe arrivato in tempo utile e che lui era in condizioni già disperate, credo davvero che non si possa chiedere altro a questi eroi polacchi che hanno già rischiato abbastanza.
      Che arrivino sul K2 e tornino giù sani e salvi.
      Che Tomek non soffra /abbia sofferto e venga ricordato con affetto.
      Buona serata!

      1. Ciao Daniela e grazie per esserti gentilmente confrontata con le mie riflessioni decisamente provocatorie. Voglio comunque precisare che non ho mai scritto né pensato che mi sarei aspettato da Urubko e Bielecki di proseguire la loro ascesa fino a raggiungere Tomek. Ovvio che in quelle condizioni ciò avrebbe messo a rischio la vita della Revol e la loro stessa vita. Ma posso immaginare che altri nel frattempo avrebbero potuto portare equipaggiamento e rifornimento adeguati a Tomek in attesa magari di un meteo più favorevole per organizzarne la discesa.
        Io mi soffermo solo su questa ‘open question’: perché la squadra polacca non ha dirottato sul vicino Nanga Parbat piu’ forze ed impegno? Ci sono voluti i soldi raccolti dalla moglie di Tomek per convincere chi di dovere a mandare gli elicotteri (che poi paradossalmente sono serviti a salvare la Revol)…
        In altre parole, salire gli 8600mt del K2 in inverno è un obiettivo tanto più prestigioso e allo stesso tempo piu’ praticabile di provare a salvare un connazionale bloccato a 7200mt sul vicino Nanga Parbat? Non ne sono sicuro, ed anzi voglio pensare che agli occhi del mondo il prestigio e la fama risultanti da un tale cambio di scopo dell’intera spedizione sarebbero stati maggiori.

  4. Grazie Giacomo, parole sante. È morto per un sogno, e sarebbe un bene che i suoi figli lo ricordassero per questo, per essere stato capace di sognare, vivere e morire senza rinunciare alla delicatezza e alla forza – quasi disumane – necessarie per essere oggi un sognatore. Vorrei che i suoi figli lo vedessero non come un pazzo incosciente, ma come un viaggiatore, un Ulisse, un Cristoforo Colombo dei nostri giorni… «Il mare donerà a ogni uomo nuove speranze, come il sonno porta i sogni». Caro sorridente Tomek, Spero che la tua morte sia stata dolce, che il tuo ultimo sguardo sul mondo sia stato pacificato e appagato.

  5. un enorme grazie anche da parte mia per il commovente ed equilibrato articolo di Da Polenza, oltre che per il lavoro di attento aggiornamento di questi ultimi giorni.

  6. Per fortuna c’erano i nostri vicino ,dovevano scalare K2 e sono andati a salvarli , grazie per Vostro coraggio ,non e da tutti.

  7. Mi piace pensare che tra una decina di giorni Tomek si ripresenti a valle dallo stesso contadino che salvò Messner 38 anni fa.
    Ma non sarà cosi, Tomek rimarrà là, sul plateau a 7000m. con il fornelletto e le bombole di gas che le ha lasciato la Revol per la cena.

    1. L’eredità più grande che lascerà Tomek, oltre ai suoi tre figli, sarà che è stato il primo in assoluto, insieme alla Revol, a salire una via nuova invernale in stile alpino (quanto meno leggero) su un 8000.
      L’unico precedente era la prima salita della parete sud est del Cho Oyu fatta dalla spedizione polacca del 1985, ma questa è stata fatta in stile pesante.
      Per quanto possa valere, visto il prezzo pagato, si è ritagliato uno spazio nella storia alpinistica mondiale.
      R.I.P.

  8. Tomek ha fatto una scelta come la sua compagna di scalata… sapeva cosa rischiare. Quando scali certe altezze sai di rischiare la vita, sai che basta un niente per restarci secco. Lui ha scelto sapendo cosa poteva succedere quindi non c’è colpa, ne i soccorritori ne Elizabeth né i polacchi potevanofare meglio o di più. In questi avvenimenti c’è tutta l’inesorabile condizione umana limitata e piccola, infinitamente piccola che nulla può contro la natura, le intemperie, le altezze. Tomek ha scelto…. purtroppo non hanno scelto sua moglie e i suoi figli

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