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Anatoli Boukreev, l’uomo che sconfisse l’”aria sottile” dell’Everest

Sono trascorsi vent’anni. Era il 25 dicembre 1997, Anatoli Boukreev, Dimitri Sobolev e Simone Moro stavano tentando una nuova via sulla parete sud dell’Annapurna quando una valanga s’infilò nel canale che stavano salendo attorno a quota 5.700. Anatoli e Dimitri fanno un salto di 500 metri e perdono la vita, Simone Moro, che era in posizione più avanzata, viene risparmiato e ferito e in grave difficoltà riesce a trascinarsi a valle e, non prima aver cercato gli amici, rientra a casa.

“Anatoli era un gigante, riusciva sempre a dare un tocco di umanità e di bellezza a un alpinismo sempre più ossessionato dalla prestazione. Aveva stabilito dei record sul Lhotse sia al Kang Tengri”, testimonia Moro in un’intervista rilasciata a Stefano Ardito e pubblicata sul suo recente libro “Incontri ad alta quota”.

Anatoli Boukreev, classe 1958, laureato in fisica, aveva poi scelto il Kazakistan e le montagne di quella terra per realizzare un’intensa attività alpinistica.

Nel 1989 porta a termine la prima traversata integrale delle creste e cime del Kanchenjunga e questo spiega la fascinazione di Simone Moro, che lo scorso anno tentò questa stessa traversata in stile alpino e senza ossigeno, purtroppo senza troppo successo. Salì il Dhaulagiri, l’Everest da sud, successivamente il K2 e nel 1994 il Makalu.

Boukreev è un uomo dalla grande passione sportiva e alpinistica, che vive il dualismo culturale dei suoi tempi nelle regioni prima sovietiche e poi ex sovietiche, affascinato dalla sua libertà di alpinista e dalla necessità di poter vivere questa sua passione anche come “guida”.

Nel 1996 è arruolato dall’agenzia Mountain Madness e partecipa alla spedizione commerciale all’Everest guidata da Scott Fischer. Rinuncia all’utilizzo dell’ossigeno perché preferisce acclimatarsi in modo naturale, ritenendo questo un modo più efficiente di operare anche per la sicurezza dei suoi clienti. Come tutti coloro che si occupano di alpinismo d’alta quota sanno, le spedizioni che erano sull’Everest in quel momento furono sorprese da una tormenta nella quale morirono 11 alpinisti. Boukreev, rientrato con una certa rapidità al campo di Colle Sud, si rifornì, lasciò la tenda e si prodigò nella tempesta riuscendo a trovare e portare in salvo tre alpinisti dispersi nei pressi del Colle. Venne poi accusato dall’alpinista giornalista Jon Krakauer, che scrisse il famosissimo libro “Aria Sottile”, di non aver svolto il suo compito di guida. Boukeev per difendersi dalle accuse, col senno di poi ingiustificate, scrisse anch’egli un libro: “Everest 1996 – cronaca di un salvataggio impossibile” dove dava conto delle sue scelte e azioni, peraltro appoggiato anche da parecchi alpinisti americani, tra i quali Galen Rowell.

Fu una “storiaccia” e Boukreev, che suo malgrado e in totale buona fede ne fu protagonista, dovette difendere la sua immagine professionale e le fonti dei suoi guadagni legati ormai alla sua attività alpinistica.

Nel 1996 salì il Lhotse (in solitaria, stabilendo un record di velocità), il Cho Oyu (insieme alla terza spedizione kazaka), e lo Shisha Pangma. L’anno successivo tornò all’Everest e al Lhotse e successivamente salì il Broad Peak (8047 m) e il Gasherbrum II (8 035 m). Una macchina da 8000.

Poi l’incontro con Moro, capace e ambizioso alpinista in ascesa di notorietà e seguito da importanti sponsor che potevano garantire il loro sostegno ad attività alpinistiche in Himalaya.

La scelta dell’Annapurna, una parete bella e formidabile, d’inverno.

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