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Confortola “tornerei al K2, ma solo per guardarlo”

Alla domanda “torneresti al K2?” Marco Confortola risponde d’impulso ma ponderando le parole. “Vorrei tornare” dice. “Vorrei tornare per riguardarlo, ma non andrei più sulla montagna. Mi è bastata una volta”.

Ormai mancano una manciata di mesi al decennale di quella che e stata una delle più grandi tragedie nella storia del K2, forse la più disgraziata dopo quella dell’86. Undici alpinisti morti tra il primo e il secondo giorno dell’agosto 2008. Tra i protagonisti di quei tragici momenti sulla montagna anche l’italiano che, in quell’anno, ha raggiunto la cima della montagna prima di trovarsi immerso in uno scenario da incubo da cui il valtellinese classe 1971 è ritornato con estesi congelamenti alle dita dei piedi.

2008, colle sud Everest. Silvio Mondinelli, Michele Enzio e Marco Confortola

“Lassù ho lottato per vivere e, una volta rientrato a casa, uno dei miei primi pensieri è stato guarire in fretta per poter ritornare sugli 8000” ci racconta con passione. “Ricordo un medico, il dottor Picchi, che mi ha detto: lei, Confortola, probabilmente non potrà più camminare bene”. E invece l’alpinista ha fatto di più. È tornato a camminare ed è tornato a scalare gli 8000 raggiungendo quest’anno la sua decima cima superiore agli Ottomila metri con la vetta del Dhaulagiri (8167m) toccata il 20 maggio scorso. “Ora me ne mancano ancora quattro” sorride.

“Però” prosegue “per me essere riuscito a tornare sugli 8000 dopo quel che è successo sul K2 significa tanto e spero che possa essere un messaggio per molti, un messaggio importante” che vuol dire semplicemente “volere è potere”.

“Anche quando ho dovuto rinunciare a quel grande sogno che era il K2 è stato un momento formante”. Era il 2004 quando l’allora trentatreenne Marco si trovava a far parte della spedizione EVK2CNR alla seconda montagna della terra. “Un sogno e un privilegio poter essere lì, a tentare la montagna che mi aveva affascinato fin da quando ero piccolo grazie al racconto della grande impresa del ’54. Finalmente ero davanti alla montagna che avrei poi chiamato amica perché mi ha concesso il dono più grande che tutti noi abbiamo, la vita”.

Ora però tocca ai polacchi…

Marco con Krzysztof Wielicki

Ricordo con molta emozione in giorno in cui conobbi Krzysztof Wielicki. Era il 2007 e io avevo appena salito il Broad Peak. Stavo rientrando verso campo base quando lui mi è venuto incontro per farmi i complimenti. È un vero signore e si merita la vetta del K2. A parte questo però, sono contento che sia lui il capospedizione perché è uno di quei personaggi che ha scritto la storia dell’alpinismo invernale sugli 8000.

Con Denis Urubko

Gli artisti delle invernali a quelle quote sono i polacchi. È quindi giusto che siano loro a chiudere questo capitolo anche perché sono stati i precursori delle invernali.

Come si è capito io sono un tifoso di Wielicki e con lui di Kukuczka e dei loro compagni. Di tutti quelli che sono la storia delle invernali sugli 8000. Ma sono anche un grande fan di Denis Urubko che sta contribuendo, assieme ad altri alpinisti, a continuare la storia delle invernali sugli 8000.

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2 Comments

  1. Si parla di progresso tecnologico nell’equipaggiamento che facilita , , ma ancora lo scarpone che ti salva dal congelamento e’ da inventare.C’e’ ancora da darsi fare .

  2. Non è il freddo ma la quota, a 8500 il corpo invia ossigeno solo organi vitali e in periferia lontano dal cuore scarseggia.
    E dopo che alpinismo è andare con le resistenze nei piedi. Bisogna allenarsi tanto è basta

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