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Giù le mani da Felice Benuzzi e dalla sua fuga sul Kenya! – di Stefano Ardito

Felice Benuzzi, 1988 – foto di Stefano Ardito

di Stefano Ardito 

Nei giorni scorsi tre neofascisti italiani, aderenti al gruppo “Lupi delle Vette”, tra i quali milanese Riccardo Colato, sono stati ricevuti a Nairobi dall’ambasciatore italiano Mauro Massoni. Motivazione ufficiale dell’incontro, la salita da parte dei tre della Punta Lenana, la cima per escursionisti del Monte Kenya, raggiunta da migliaia di trekker ogni anno. 

L’incontro nella sede diplomatica è stato una grave caduta di stile da parte dell’ambasciatore, che si è prestato a una operazione politica da quattro soldi. Se la scusa addotta da Massoni è che si è trattato di un’impresa di alto livello, lo possiamo assicurare che le cose non stanno così. La Lenana, nonostante i 4985 metri di quota, si raggiunge per ghiaie e per elementari nevai. Una escursione turistica, insomma. Ma la gaffe dell’ambasciatore italiano a Nairobi non è il punto che mi interessa approfondire. 

Monte Kenya, acquerello di Felice Benuzzi

Il 24 gennaio del 1943 Felice Benuzzi, Giovanni Balletto e Vincenzo Barsotti, tre militari italiani fatti prigionieri dagli inglesi in Etiopia alla caduta dell’impero di Mussolini, evadono dal Camp 354, presso Nanyuki, in Kenya. Sono a migliaia di chilometri di distanza dal Mozambico, il paese neutrale più vicino, per arrivare nella Libia ancora in mani italiane occorrerebbe attraversare il Sahel e il Sahara.  

I tre italiani, però, non si illudono nemmeno per un secondo di tentare di tornare verso casa. Sanno che resteranno dietro a quei fili spinati per anni, hanno bisogno di qualche giorno di libertà. Per questo tentano di salire il Monte Kenya, una difficile vetta di 5199 metri. 

“Sembra il Monviso ma lo batte” scriverà qualche anno dopo Benuzzi. I tre sono quasi senza viveri, non hanno informazioni sulla via di salita, hanno un’attrezzatura rudimentale con corde e piccozze ricavate dai rottami nel campo. 

Benuzzi e Balletto tentano di salire il Batian, la cima più alta, per una cresta con difficoltà di IV grado e oltre. Poi ripiegano sulla Lenana, dove si arriva per ghiaie e nevai elementari. Lasciano in cima una bandiera tricolore, anch’essa fatta con gli stracci messi da parte nel Camp 354. 

Poi, stremati dalla fatica e dalla denutrizione, scendono e si riconsegnano agli inglesi. Finiscono agli arresti di rigore, come da regolamento, ma il generale Platt, comandante supremo britannico in Kenya, interviene per farli liberare prima del tempo. L’avventura romantica dei tre italiani piace immediatamente agli inglesi. 

Lo stesso accade qualche anno più tardi, quando il libro che Felice Benuzzi scrive direttamente in due lingue (il titolo è Fuga sul Kenya in italiano e No picnic on Mount Kenya in inglese) ha ben poco successo da noi, ma diventa famoso in tutto il mondo anglosassone. 

Nel dopoguerra, Felice Benuzzi si dedica con successo alla carriera diplomatica, e quando può sale altre grandi montagne del mondo. Ho il piacere di intervistarlo nel 1988, nella sua bella casa romana, per Repubblica e per Alp. Poi l’uomo della “fuga sul Kenya” ci lascia. 

Nel 1993, insieme a Cristiano Delisi, carissimo amico e guida alpina, celebro i 50 anni dell’impresa dei tre italiani salendo al Batian e poi alla Lenana, e cercando le tracce di Benuzzi e compagni sulla montagna. Diversi tra i trekker e gli alpinisti stranieri, ma anche tra le guide locali, portano nello zaino la loro copia di No picnic on Mount Kenya, che continua a essere una fonte di ispirazione. 

Il racconto dell’avventura mia e di Cristiano esce qualche mese dopo su Airone. L’intervista con Felice Benuzzi, appena ritoccata per semplici questioni di stile, compare anche nei miei Incontri ad alta quota, usciti due mesi fa per Corbaccio. 

In quel pomeriggio di quasi trent’anni fa Benuzzi mi ha accolto in modo estremamente cordiale, mi ha fatto vedere e fotografare le corde e le piccozze fatte con rottami recuperati nel Camp 354, mi ha autorizzato a riprodurre e pubblicare i suoi bellissimi acquerelli dedicati al Monte Kenya. 

Incontri ad alta quota, 2017

Quanto alla sua presunta adesione al fascismo, è la sua biografia a parlare. Nato a Trieste da una famiglia irredentista, Benuzzi non è certo un militante antifascista, ma non si sporca le mani con le malefatte (in colonia e fuori) del regime. 

Dopo l’8 settembre rifiuta di aderire alla Repubblica di Salò, nel dopoguerra sposa un’ebrea, Stéphanie Marx, che negli anni Novanta dà un contributo prezioso alle iniziative di Mountain Wilderness in Italia. 

Purtroppo, invece, i primi pezzi usciti sui siti del Corriere della Sera e di Repubblica, rispettivamente a firma di Alessandro Fulloni e di Paolo Berizzi, sembrano almeno in parte avallare la tesi dell’appartenenza fascista dei tre. Poi scritti e titoli vengono in parte modificati, ma l’amaro in bocca per chi ha conosciuto Benuzzi rimane. 

L’impresa inutile e romantica dei tre prigionieri italiani del 1943 è una pagina bellissima di alpinismo e avventura, e come tale è patrimonio di tutti gli appassionati dei monti, se non dell’intera umanità. Tentare di appropriarsene per sventolare un gagliardetto è orribile, ma soprattutto ridicolo. Giù le mani da Felice Benuzzi e dalla sua fuga sul Kenya!

 

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4 Comments

  1. Che tristezza!
    A chi volesse approfondire l’argomento (non solo della loro impresa, ma anche delle malefatte dell’allora Esercito Italiano nelle colonie d’Africa), può leggersi ‘Point Lenana’ di Wu Ming 1-Santachiara.

  2. E’ un articolo eccezionale. Grazie. L’ho letto molto volentieri e scaricato le foto. Anch’io ho il libro della “fuga sul Kenia” (arricchito di mio materiale) e sono contento di essere stato sulla Punta Lenana, che è più alta del M. Bianco. Da Nanyuki, seguendo la Sirimon Rt, si fa tappa al Judmayer Camp, quindi alla Liki North. Ho dormito in tenda. Di notte il terreno a quell’altitudine gelava. Su per la McKinder Valley. Alla Shipton Cave a dx e su alla Kami Hut, ai piedi del Nelion. Poi sul fianco della Lenana. Top e giù per la Teleki Valley, verso NaroMoru, dove in camera il camino acceso aspettava.. Ci si gioca la pelle sul ghiacciaio, all’Equatore. Bella scarpinata; un po’ di giorni. Benuzzi ci è andato certo per fare una beffa, per bisogno di libertà, per dare animo e dignità umana ai compagni, con alto rischio e per sport. Anche il Comando l’ha presa così. In Etiopia era impiegato nell’Amministrazione Coloniale. Poi gli Inglesi l’hanno messo con gli altri e portato lì. Liberato, è stato Ambasciatore dell’Italia post-fascista in vari Stati.

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