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Perchè i terremoti dell’Appennino durano di più? la risposta da una ricerca italiana

Questo interferogramma mostra come il terreno si è mosso a causa dei terremoti che hanno colpito Amatrice il 24 agosto 2016. L’immagine combina le immagini catturate da Sentinel-1A prima e dopo i terremoti. Fonte: European Space Agency – ANSA

Se i terremoti dell’Appennino durano più a lungo, con numerosissime repliche, la “colpa” è delle caratteristiche della crosta terrestre. I sismi dell’Italia centrale, per esempio, sono generati da movimenti di tipo estensionale, nei quali avviene cioè una sorta di “stiramento”. Si spiegano così le 80.000 scosse della sequenza di Amatrice – Norcia del 24 agosto 2016.

A spiegarlo la ricerca pubblicata sulla rivista Scientific Reports e coordinata dall’università Sapienza di Roma con Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia (Ingv) e Istituto per il rilevamento elettromagnetico dell’ambiente del Consiglio nazionale delle ricerche (Cnr-Irea).

Il risultato promette di avere applicazioni importanti nella gestione dell’emergenza dopo un terremoto, fornendo una stima approssimativa della durata delle repliche. E’ inoltre possibile ottenere “una più approfondita e utile classificazione dei terremoti, passo indispensabile per arrivare a comprenderne natura ed evoluzione temporale“, Carlo Doglioni, presidente dell’Ingv e docente dell’università Sapienza, autore della ricerca con Emanuela Valerio, dell’Università Sapienza, e Pietro Tizzani, del Cnr-Irea.

La ricerca si basata sull’analisi delle repliche di dieci terremoti: cinque di tipo estensionale come quelli avvenuti nel 1997 a Colfiorito, nel 2009 a L’Aquila, in Grecianel 1995 e nel 1999 e nel 2002 in Turchia; e cinque generati dalla compressione della crosta terrestre, come quelli del 2003 in Algeria, 2008 in Cina, del 2012 in Emilia, del 2013 in Cina e del 2015 in Nepal.

I dati indicano che “nelle zone dove la terra si dilata le sequenze sismiche, nonostante abbiano magnitudo mediamente più basse rispetto agli ambienti compressivi, durano più a lungo”, ha rilevato Doglioni. Questo accade, ha aggiunto, perché il volume della crosta terrestre “si muove a favore della forza di gravità. Le sequenze quindi terminano solamente quando il volume collassato trova un suo nuovo equilibrio gravitazionale”. Nei terremoti generati dalla compressione della crosta terrestre, invece, il movimento avviene in modo opposto rispetto alla forza di gravità e di conseguenza l’energia in grado di continuare a sollevare il tetto delle faglie si esaurisce più rapidamente.

Figura (a): Modello geologico del possibile ciclo sismico (ossia periodi inter-sismici e cosismici), associato a una faglia normale (sequenza estensionale). (b) Modello geologico del ciclo sismico (ossia periodi inter-sismici e cosismici), associato a una faglia inversa (sequenza compressiva). In entrambi i modelli è stata assunta una velocità di deformazione costante nella crosta inferiore all’interfaccia duttile/fragile. Le sequenze tettoniche estensionali sono caratterizzate da una durata più lunga delle repliche, in quanto il sistema si muove a favore della gravità e, in questo caso, il volume di crosta interessato dalla fratturazione cosismica collassa fino a raggiungere un nuovo equilibrio gravitazionale.

Fonte @ ANSA

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