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Alaska, nuovo (?) confine estremo dell’alpinismo, anche in inverno

Sembra lontana, è geograficamente poco nota, eppure è una delle nuove frontiere dell’alpinismo tradizionale e severo. Montagne dure e fredde che ci riportano gli echi dell’alpinismo “eroico” di Riccardo Cassin che nel 1961 superò con tutti i suoi compagni l’immensa parete sud del McKinley, oggi monte Denali per volontà del presidente Obama di ripristinare gli antichi toponimi, che con i suoi 6190 metri è la montagna più alta del Nord America.

Montagne remote, immerse in una natura selvaggia e spesso protetta, fredde, terribilmente fredde, basta guardare la media delle temperature riportata nella tabella che qui pubblichiamo.

Sono 16 le persone salite d’inverno sul Denali, un paio d’anni fa Lonnie Dupre raggiunse la vetta da solo e il nostro sito ne commentò l’impresa: “La sua non è la prima invernale della storia, né la prima solitaria invernale. Secondo le statistiche riportate dal suo stesso sito, prima di lui 16 persone sono andate in vetta in inverno: 4 in solitaria e 5 team. Dei 16 “summiter” 6 sono morti: tra questi anche il primo a compiere la solitaria d’inverno, il giapponese Naomi Uemura, deceduto nella discesa il 13 febbraio del 1984. Solo una spedizione russa è riuscita a raggiungere la cima, alta 6.194 metri, nel mese di gennaio, il più freddo dell’anno”.  Chissà se l’inverno siderale dell’Alaska ospiterà imprese anche quest’anno sulle sue aspre e difficili montagne.

Non che l’estate non abbia fatto registrare imprese di gran valore, anzi.  Basta ricordarne due bellissime per  rendersi conto dell’alta qualità dell’alpinismo e degli atleti che lo praticano da quelle parti.

La prima è la performance dei Ragni di Lecco David Bacci e Luca Moroni alla loro prima esperienza nello stato più freddo del continente nordamericano. I due Ragni sono riusciti a ripetere la diretta slovacca sul Monte Denali, la via più difficile della montagna che Matteo Della Bordella così commenta: “La via in questione, la Slovak direct al Denali, magari fuori dal ristretto cerchio alpinistico non è super famosa, ma è di fatto una pietra miliare dell’alpinismo, una via sulla quale si sono confrontati e sono diventati famosi i migliori alpinisti a livello internazionale. Viviamo in un’epoca dove è difficile capire quale sia il valore reale di una performance alpinistica, dal momento che molto spesso il valore di una salita è fortemente influenzato dalla comunicazione della salita stessa o del personaggio. Soprattutto se non si è dentro il nostro mondo è molto difficile giudicare quale è veramente una performance importante e cosa invece è puro marketing. Ebbene, per quanto possa contare la mia opinione, posso dire che questa salita è davvero qualcosa di importanteE ripetere una via del genere ha sicuramente molto più valore che aprire una via nuova, su una montagna dove non hai lo stesso ingaggio e queste difficoltà.”

 La seconda, sempre a proposito di grande avventura e alpinismo in Alaska quest’anno, riguarda quel che di formidabile ha fatto Sílvia Vidal, eccezionale e disarmante per la sua semplicità alpinista iberica. Quest’estate ha aperto una nuova via sul lato ovest di Xanadu (Arrigetch Peaks, parecchio a nord della regione del Denali), da sola, passando 53 giorni in quella valle sperduta. La via l’ha chiamata “Un pas més” (un passo in più) ed è lunga 530 metri e offre difficoltà su A4/A4 + e 6a. Sílvia ha passato 17 giorni in parete, portandosi dietro 150 kg di materiale e cibo, un peso non da poco se teniamo conto del fatto che lei pesa 45 kg. Sílvia ha dovuto percorrere una ventina di volte la pista d’accesso alla parete trasportando tutto il materiale da dove l’idrovolante l’aveva lasciata con la paura per gli orsi che le si era incollata addosso.

Alaska nuovo terreno di gioco? Certamente si! Per chi ha il coraggio di ingaggiare un confronto è un terreno altamente selettivo sul piano della capacità alpinistica, della solidità e motivazione, della capacità di tentare di superare il massimo della difficoltà fisica, psicologica e ambientale. Un terreno che difficilmente accetta e consente “trombonate” mediatiche come talvolta accade per imprese definite iperboliche, ma che tali non sono.

È un bel sapore di alpinismo antico e genuino, quello che il palato di noi poveri osservatori riesce a percepire godendo delle parole e delle immagini che i protagonisti, con semplicità, raccontano di questi nuove e superbe, anche tecnicamente, imprese dell’alpinismo moderno. 

 

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