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Enrico Ferri, storia di un alpinista non professionista

Questa è la storia di un non professionista. Un appassionato di cucina che vive nel centro d’Italia (letteralmente) e ha portato avanti con gli anni una passione smodata per la montagna, tanto da non farla diventare la sua professione. Si chiama Enrico Ferri e nasce in un paese del cicolano, in provincia di Rieti. Un posto arroccato sulla montagna chiamato Girgenti. “Un paese da 300 abitanti nel suo periodo migliore” racconta l’alpinista, per passione; il fotografo ed esperto di lavori su fune, per professione.

Foto @ Enrico Ferri

“Il mio paese era un posto particolare. Ricordo che non c’era una vera e propria strada di accesso. Non avevamo l’elettricità e non c’era acqua corrente. Quella che si faceva lassù era una vita da contadini di montagna” narra timidamente, quasi disabituato a ricordare in pubblico la sua storia. Preferisce parlare d’altro, delle salite dei grandi più che della sua intima passione. Ma il bello di questa intervista sta proprio nel cercare quei nomi conosciuti solo agli addetti ai lavori e renderli per una volta protagonisti.

Sono moltissimi i personaggi di montagna, non per professione, che hanno portato questo loro passatempo a livelli quasi professionistici. “Anche se, devo ammetterlo” dice Enrico “l’alpinismo mi è stato molto utile sul lavoro. In quello su fune per tutti gli ovvi motivi e nella fotografia perché mi permettere di poter lavorare anche in condizioni molto difficili”. Ovviamente questo interesse l’ha anche portato a complicarsi la vita perché non sempre è facile conciliare il lavoro con la voglia di partire verso qualche montagna lontana. “Io, fortunatamente, sono riuscito a farmi quattro spedizioni” racconta. “Sono stato in Africa, in Groenlandia e in Himalaya”. L’ultima spedizione risale al 2014 quando Ferri ha partecipato ad un’esplorazione di un’area quasi completamente inesplorata del Kangchenjunga. “Un’esperienza fantastica, con degli ottimi compagni che però mi è costata mille fatiche” racconta. “Ho avuto problemi, soprattutto nel conciliare la preparazione con il lavoro di tutti i giorni. Chiaramente per chi non ha altri impegni è più facile. Io invece a causa del lavoro mi alzavo alle 5 di mattina, facevo le mie 4/5 ore di allenamento e poi andavo a lavoro tutto il giorno. Lo facevo, quando ci riuscivo, anche 2/3 volte a settimana”.

Campo sul ghiacciaio Simvo. Foto @ Enrico Ferri

Ma, da cosa nasce tutta questa passione? “Non saprei. È stato tutto molto naturale. Già da piccolo amavo salire. Così ho iniziato ad arrampicarmi sui muri, a fare le gare di velocità sugli alberi. Mi piaceva andare da solo ad esplorare i boschi e i torrenti attorno casa. Ero un piccolo esploratore solitario”. La vera passione arriva però solo con gli anni della maturità, in particolare durante quelli post naia che portano il giovane reatino sulla montagna di casa, il Terminillo. “Cercavo lavoro e degli amici mi han chiesto se potevo essere interessato a lavorare al rifugio Sebastiani (al Terminillo, nda) con loro. Quell’esperienza ha fatto scattare qualcosa dentro di me” ed è stata da subito passione travolgente per l’aria rarefatta.

“Alla mia seconda scalata già ero in grado di andare da primo su vie di quinto alpinistiche e pochi mesi dopo ho partecipato al corso per istruttore d’alpinismo. Non sapevo nemmeno mettere i ramponi quando mi sono presentato”. Doveva essere un’occasione per imparare, senza pretese e senza la speranza di essere promosso al corso, ma alla fine “sono stato promosso subito per la parte roccia, mentre ho dovuto ripetere la parte ghiaccio”.

Dopo aver passato il corso da istruttore Enrico si cimenta in scalate dagli Appennini alle Alpi. Acquisisce un bagaglio di esperienze enorme. “I primi anni sono stati davvero molto intensi. Quasi immediatamente ho iniziato ad andare fuori dal continente”.

Nord Cima Ovest Lavaredo. Foto @ Enrico Ferri

“Ero abbastanza lanciato. Con un amico di L’Aquila avevamo in mente dei progetti ambiziosi. Puntavamo la Nord del Camicia in invernale e, se ci fossimo riusciti, sarebbe stata la seconda salita in invernale e la prima ripetizione della via Alessandri-Leone.  Purtroppo però, pochi giorni prima della partenza per il Camicia, il mio compagno di cordata è morto. Da li in poi le cose sono cambiate”.

“Però, l’aver approcciato l’alpinismo in Appennino mi è stato di grande vantaggio. Ad esempio imparare ad arrampicare su una montagna come il Terminillo, dove praticamente metti mano sul marcio e se fai misto ancora peggio, ti forma mentalmente. Tanto che quando sono andato per la prima volta al Monte Bianco per fare il corso da tecnico del Soccorso Alpino, mi sono trovato subito a mio agio grazie all’abitudine al terreno infido e non all’arrampicata sicura che magari si pratica in alcune zone delle Alpi”.  

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