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Pierluigi Bini e Heinz Mariacher a confronto – di Stefano Ardito

Heinz Mariacher. Foto @ Luigi Tassi

Testo di Stefano Ardito 

Ci sono confronti che avvengono in diretta, altri che arrivano con un po’ di ritardo. Qualche volta i due protagonisti di una storia non si rivedono mai. Heinz Mariacher e Pierluigi Bini, il signore della Marmolada e il campione delle placche del Gran Sasso si erano incontrati un po’ di volte sulle Dolomiti più di trent’anni fa, e poi basta. 

All’inizio Heinz, tirolese di Wörgl già autore di grandi scalate solitarie, aveva fatto da maestro al giovane arrampicatore di Roma. Poi anche Pierluigi, “Piero” per i compagni di cordata e gli amici, aveva iniziato a lanciarsi senza corda sulle grandi pareti dei Monti Pallidi, compiendo le prime solitarie, tra l’altro, della Via dei Fachiri a Cima Scotoni e della Gogna alla Marmolada. 

Tra una parete e l’altra, i due si erano incontrati alla cantoniera abbandonata di Passo Sella, dove Bini e i suoi amici di Roma si accampavano alla meno peggio in estate, o al Passo Pordoi dove regnava il grande Almo Giambisi. In uno di questi incontri, Heinz aveva conosciuto Luisa Iovane, diventata da lì a poco la sua compagna di cordata e di vita.   

Pierluigi Bini e Heinz Mariacher a “Montagne in città”. Foto @ Luigi Tassi

Heinz Mariacher e Pierluigi Bini si sono ritrovati il 14 novembre a Roma, sul palco di “Montagne in città”, insieme ad Alberto Sciamplicotti e a chi scrive, e di fronte a una sala gremita di alpinisti e non solo.  

Le prime battute sono state dedicate agli inizi. Heinz ha scoperto l’arrampicata a 11 anni, salendo in solitaria una parete di quarto grado che vedeva tutti i giorni da casa. Pierluigi, nato nella periferia romana, ha iniziato a scalare sul muro del viadotto con cui la ferrovia scavalca la via Casilina. 

Il padre di Piero e il fratello maggiore di Heinz hanno cercato di spingere entrambi verso l’alpinismo tradizionale, iscrivendo il primo al CAI e il secondo all’ÖAV, il Club alpino austriaco. Nelle due associazioni, negli anni Settanta, si arrampicava ancora in scarponi. 

Qualche uscita così, poi i due “ragazzacci” si sono ribellati, e gli scarponi sono finiti in cantina lasciando il posto alle scarpe da tennis. “Pierluigi è diventato Supergaman, io ho usato delle scarpe simili” ha sorriso Mariacher.  

Dopo le prime battute hanno preso il sopravvento la verve e la voglia di raccontarsi di Pierluigi Bini, che non aveva quasi mai raccontato la sua vita e il suo alpinismo. Gli applausi e le risate del pubblico hanno accompagnato il racconto delle prime uscite al Morra, la falesia più vicina alla Capitale, e delle prime vie in Dolomiti, con gli alpinisti del Nord che si stupivano davanti a un ragazzo di Roma che li superava senza corda, in scarpe da tennis e con addosso una tuta sdrucita.  

Anni 70, Vito Plumari, il Vecchiaccio, al Morra. Foto @ Stefano Ardito

Poi Pierluigi ha raccontato le prime scalate compiute insieme al Vecchiaccio, al secolo Vito Plumari, il bidello siciliano della scuola media di Pierluigi, che ha iniziato a seguirlo sulle vie del Morra, del Gran Sasso e delle Dolomiti. Sulla nuova via della Seconda Spalla, che poi Bini ha dedicato al Vecchiaccio, il diciottenne di Roma ha superato senza protezioni una placca levigata di 40 metri che è entrata nella storia del Gran Sasso. 

Risate e applausi hanno accompagnato un ricordo di Heinz Mariacher, che con Bini e il Vecchiaccio era andato ad arrampicare a Yosemite. E che, dopo una via difficile, aveva trovato Vito Plumari che suonava al mandolino al Camp Four, con un cappello aperto per farsi regalare qualche spicciolo. 

Per un po’, sul palco di “Montagne in città”, Heinz ha scelto di restare in disparte. Alle domande mie e di Alberto sulle sue grandi vie in Marmolada, da Tempi Moderni ad Abrakadabra, e sui tre tentativi al Pesce prima che questo fosse vinto da Igor Koller e Jindŕich Šustr, ha risposto con una raffica di “non ricordo”, “sono passati tanti anni” e sorrisi. 

L’unica domanda a farlo scattare è stata la richiesta di un paragone con Hansjörg Auer, che nel 2007 ha salito il Pesce da solo. “C’è una differenza fondamentale” ha scandito Mariacher. “Auer è passato senza corda sul 7a del Pesce, ma in falesia saliva il 9a. Io trent’anni fa arrampicavo da solo sulle massime difficoltà che ero in grado di superare”. 

Pierluigi Bini sulle Dolomiti negli anni ’70. Foto Angelo Monti

Dopo tanto parlare di Marmolada e Tre Cime, Pierluigi Bini ha raccontato della “sua Cima Grande”, la parete della Santissima Trinità di Vallepietra con la sua roccia così così e i suoi tetti. “L’ho scoperta trent’anni fa, ho aperto delle vie molto difficili, ci sono tornato centinaia di volte. Speravo di portarci Heinz in questi giorni, ma il tempo non lo ha permesso”. 

Poi la luce sul palco si è spenta, è partita una breve proiezione di Mariacher, e l’interlocutore taciturno ha lasciato il posto a un conferenziere brioso, e alle sue immagini straordinarie. Per venti minuti, siamo stati tutti travolti dalle foto e dai video di Heinz e di Luisa Iovane impegnati sulle Dolomiti, a Yosemite, sulle pareti del Sahara e in Verdon. 

Alla fine, splendide immagini girate pochi giorni prima della serata romana ci hanno mostrato il sessantaduenne Heinz Mariacher mentre scalava, con la sua eleganza e il suo stile, sugli strapiombi della Valle San Nicolò. “Questa è la cura migliore per noi ultrasessantenni” ha sorriso l’arrampicatore tirolese alla fine. 

Ancora qualche battuta sulla straordinaria passione e sulla grandissima classe dei due, poi un grande applauso a Pierluigi e a Heinz ha concluso una serata da incorniciare. Un evento da ripetere, magari ai piedi delle Dolomiti.    

 

Nel video Heinz Mariacher e Luisa Iovane in Dolomiti, nella Valle San Nicolò, negli anni ’80.

 

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2 Comments

  1. Sento il bisogno di fare alcune precisazioni sull’articolo di Stefano Ardito per far capire meglio i miei valori e il mio punto di vista:

    La mia prima solitaria a 11 anni: un solido quinto (e non quarto come scrive Ardito)

    Vito suonava il mandolino anche al Camp 4, ma non prendeva nulla da un pubblico che per gran parte aveva meno soldi di lui. Invece si sedeva sulle scale del supermercato nel Yosemite Village, dove passavano tutti i turisti e da quando una vecchia signora gli diede qualche dollaro, Vito capì che conveniva mettere il capello davanti.

    Al contrario di quello che racconta Stefano della serata, vorrei precisare che ricordo benissimo il periodo dei miei tentativi sul “futuro” Pesce e mi sembra di averlo anche detto. Tornato dallo Yosemite con le idee fresche della libera senza compromessi, volevo affrontare quel progetto senza alcun uso dell’artificiale e dopo tre tentativi non mi ero arreso, ma volevo tornare in forma migliore, perché ci credevo che prima o dopo sarei riuscito a passare.
    Il Pesce “vinto” da Koller e Sustr era stato fatto con una mentalità diversa, quella della conquista e non paragonabile al modo in cui volevo farlo io. Purtroppo queste imprecisioni fanno vivere fino ai giorni attuali quell’alpinismo di vecchio stampo, che a Piero e a me non era mai piaciuto.
    Per questo ho abbracciato l’arrampicata sportiva dai primi giorni, perché lì ci sono criteri chiari, e per questo mi piacciono anche le gare.

    Sulla domanda riguardo la solitaria di Hansjörg Auer non vorrei dare l’impressione di non riconoscere questa straordinaria impresa. Nel periodo è stata senz’altro la solitaria più impegnativa nella storia dell’arrampicata in Dolomiti. Penso anche che dopo tante ripetizioni il Pesce è sempre rimasto un 7b con passaggi delicati in aderenza (e non 7a come scrive Ardito).
    Ricordo di aver detto che la solitaria di Auer la vedo come evoluzione logica, considerando il livello molto più alto della sua generazione in confronto al passato. Ho anche detto che trent’anni fa arrampicavo da solo sulle massime difficoltà che ero in grado di superare, ma non vorrei che venga capito in modo diminuitivo verso l’impresa di Auer. Per me è un fatto significativo che non riguarda solo me, ma anche Piero e altri che facevamo solitarie al proprio limite. Bisogna anche aggiungere che almeno io la gran parte delle solitarie le ho fatte a vista, senza averle fatte prima in cordata, con l’occasione di studiare i passaggi.
    In ogni caso il paragone del presente col passato senza mettere in conto il Zeitgeist del periodo è sempre sbagliato. Queste parole me le aveva già dette Lino Lacedelli in occasione di una cena da Almo Giambisi al Pordoi.

    Il livello dell’arrampicata oggi è molto più alto perché si inizia con una mentalità sportiva e non di avventura pura come ha fatto la mia generazione. Oggi non si inizia in solitudine sulla roccia friabile e mal protetta, ma nelle affollate palestre indoor su appigli di plastica, in un ambiente di paragone diretto e competitivo dal primo giorno. Chiaro che il risultato diventa tutto un altro.

  2. Balzano agli occhi i due puff..ed subito penso ad una palestra di arrampicata indoor in palestra del mio paesello, con parete rientrante nel progetto e gia’ terminata al grezzo..Mancano i gestori e l’attrezzaggio..ma nessuno vuol prendersi l’iniziativa o aggiungere il resto della spesa.

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