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Michele Pontrandolfo: dopo 20 anni di spedizioni polari è sfiancante ricominciare sempre da zero

“Io non faccio sport estremi”. Si presenta così Michele Pontrandolfo, pordenonese classe 1971, che preferisce essere definito “esploratore polare” e in effetti, dopo 18 spedizioni in alcune delle aree più desolate del pianeta, ha di sicuro accumulato un freddo bagaglio di esperienze. Abbiamo approfittato di questo suo periodo di riposo, al caldo di una stufa, per scoprire da dove nasce questa sua passione.

A 29 anni la prima esplorazione polare. Cosa ti ha spinto verso questi ambienti?

Sono sempre stato attratto dall’ambiente nevoso, quando ero piccolo, e poi glaciale e montano crescendo. Amavo vivere in modo intenso l’ambiente invernale stando via anche più giorni poi, nel 1998, ho deciso di provare, di buttarmi in una spedizione scialpinistica sulla costa orientale della Groenlandia. Per farlo ho contattato un esperto di spedizioni polari e così il progetto si è concretizzato in un tentativo di traversata del ghiaccio groenlandese. Un’idea che in parte mi preoccupava. Per me, che non avevo esperienza di spedizioni, era un progetto ambizioso. Sono però riuscito a coinvolgere due amici in questo progetto costruito in due lunghi anni di lavoro.

Come mai così tanto tempo?

Perché in Italia è veramente faticoso trovare informazioni sulle esplorazioni polari. Questo è dovuto al fatto che sono davvero pochi gli italiani che han fatto qualcosa di significativo a livello polare. Comunque sono riuscito ad ottenere le informazioni che mi servivano e poi sono partito.

Quindi la tua iniziazione al freddo polare è stata voglia di sperimentare quelle condizioni?

“Sperimentare” è un termine che non mi piace molto. Preferisco dire che è stata la voglia di conoscere questo ambiente su cui era così difficile avere informazioni. Ricordo che andavo in cerca di notizie e dati come un lupo affamato.
Grazie alla libreria e alla biblioteca di Pordenone sono riuscito a trovarmi tra le mani libri rarissimi, ma anche i classici originali. Testi dei primi del ‘900 come quello di Shackleton e altri rarissimi visti e studiati in versione originale.

Così hai fatto 18 spedizioni in uno degli ambienti più severi del pianeta. Cosa ti spinge a tornarci ancora?

La voglia di assaporare gli istanti delle giornate. Pare retorica, ma è una cosa che dico con il cuore.
Non è tanto per star da soli al freddo. È più per il fatto di trovarti in completa solitudine in un ambiente grosso come l’Europa. Certo, ci sono le basi scientifiche ma quando sei in mezzo al continente stai a mille chilometri dalla prima forma di vita umana e in quel momento vivere un tramonto o una situazione difficile significa esserci al cento per cento.

Come ci si prepara per vivere queste esperienze?

È una preparazione che dura anni, nel senso reale della parola. In un anno posso prepararmi fisicamente, ma sulla parte psicologica bisogna lavorarci per anni. Bisogna affrontare esperienze in grado di fornirti un bagaglio che ti permetta di gestire le varie situazioni che si possono venire a creare. Io, ad esempio, ho sempre avuto l’attrattiva per le uscite scialpinistiche quando il tempo non è buono. Non lo faccio per rischiare, ma per capire come reagisco a livello psicologico quando le cose non vanno secondo i piani.

E invece come si torna alla normalità dopo mesi in solitudine?

Sei costretto a tornarci. È anche vero però che dopo sessanta, settanta o ottanta giorni rientrare a casa è un rilassamento perché quando stai in spedizione sei sempre sotto tensione.

E la vita sociale?

Purtroppo con il tempo e con le esperienze tendi ad isolarti sempre di più. Io ho qualche amico, ma non esco quasi mai e tendo a non parlare molto della mia attività. Sono abbastanza orso.

Hai nuovi progetti per il futuro?

La vedo nera perché l’esplorazione polare costa tantissimo ed è difficile in Italia trovare qualcuno interessato a finanziare queste esperienze. Io, negli ultimi anni, ho avuto la fortuna di trovare una grossa azienda che mi ha seguito e sostenuto credendo davvero nel mio progetto. Ma non sempre è facile trovare uno che ti dica “va bene ti sosteniamo sempre e comunque”. Molto spesso quando le cose vanno male o quando si rientra senza aver completato la spedizione perché qualcosa è andato storto si deve ricominciare tutto da capo. Io sono arrivato a 46 anni, non dico che sono vecchio perché Messner aveva 49 anni alla sua prima traversata mentre io con due anni in meno di lui ne ho già 18 alle spalle.
Ora io vorrei fare un ultimo tentativo in Antartide, ma non riesco davvero più a trovare nessuno che mi sostenga. Ed è sfiancante ripartire sempre da zero.   

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3 Comments

  1. Ci sono pur sempre le doline del freddo in varie zone dolomitiche con – 42 sul fondo, poi si risale ogni tanto a – 12 e li’ si trova pulka con fornelletto , viveri e bibite e…forse e’ piu’ facile coinvolgere compagnia..per un week end.

  2. Seguo Michele su un Social,mi ha “regalato” la Sua Amicizia ed inoltre seguo altri esploratori polari internazionali….ed ho scoperto che dietro a questi “avventurieri” o “sognatori”‘ c’è un mondo.un mondo variegato di professionisti….scienziati,psicologi,nutrizionisti,motivatori,anche se spesso i veri motivatori sono se stessi,gli esploratori,….responsabili di stazioni polari,medici e quant’altro…tanta roba insomma.ed inoltre ti devi pure preoccupare di trovare qualcuno che creda in te…non penso che i ritorni di immagine siano gli stessi di altri investimenti pubblicitari. lunghi anni di pianificazione e preparazione fisica…un lavoraccio insomma ma io spero che Michele continui a farci sognare con i suoi viaggi

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