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Due chiacchiere con Erri De Luca

Foto @ Luigi Tassi

“Noi siamo un suolo sismico. Io vengo da una città sismica, Napoli. Il terremoto non è una emergenza, è la nostra condizione abituale, ordinaria, quando lo si tratta ad emergenza è perché c’è incapacità di gestione dell’ordinario”. Esordisce così il nostro incontro con Erri De Luca, giornalista e scrittore napoletano, grandissimo appassionato di montagna, uomo di cultura.

Erri apre parlando di terremoto perché l’abbiamo incontrato tra le macerie di Amatrice in occasione della sua partecipazione all’evento “Montagne in Movimento” organizzato dalla locale sezione del CAI.

Ci racconta qualcosa del suo rapporto con la montagna?

Ci vado fin dall’infanzia. Ho passato molte estati tra i monti e così ho iniziato a salire, prima con i piedi e poi con le mani, dove serviva tenersi. Così ho iniziato a scalare. Sono stato prima un autodidatta e poi ho incominciato ad informarmi sulle tecniche di progressione. Sono ormai trent’anni che scalo e continuo a farlo. Per un certo periodo sono anche stato molto affascinato dalla difficoltà. Mi piaceva ricercare ed affrontare i passaggi più difficili e sono anche riuscito a prendermi delle soddisfazioni da questo punto di vista.

Da dove nasce questa passione?

Nasce da mio padre che, pur essendo napoletano, durante la guerra fu arruolato nel corpo degli Alpini. Ricordo che fu mandato in Albania e che in quel periodo maledetto della sua vita è stato un po’ confortato, salvato, dalle montagne. Tornò  con un senso di gratitudine verso le montagne e, mentre non ci raccontò nulla della sua vita laggiù, ci riportò i canti di montagna. Conosco un vasto repertorio di canti alpini.

Foto @ Luigi Tassi

Perché dice “salvato dalle montagne”?

Perché comunque a quel tempo andare in montagna, poter stare in montagna era qualcosa che poteva dare un’interruzione temporanea alla guerra. Un po’ come succede ai prigionieri: non stanno in prigione quando sognano. Così pure le persone riescono a non stare in guerra quando stanno in montagna, anche se solo per pochi minuti.

Si sente più montanaro o cittadino?

Da trent’anni vivo in campagna quindi posso dire di essere un disertore della città. Vivo in un posto dove sono libero da tutti i lati e questo comporta che ho preso dei vizi che mi impediscono di poter vivere in città o anche solo in un borgo. Mi sono abituato alla libertà di non avere nessuno attorno.

Da appassionato veterano delle terre alte cosa vede oggi nel mondo della montagna?

C’è ancora molto terreno d’esplorazione, soprattutto in alta montagna dove assistiamo di anno in anno ad un innalzamento del livello tecnico. Ormai si aprono di continuo nuove via con uno stile alpino e una difficoltà tecnica elevatissima. Quelle vie però non saranno mai ripetute da nessuno. A quel livello di rischio e di capacità uno se ne apre una nuova di via anziché andare a ripetere quella di un altro. Inoltre si è moltiplicata l’affluenza e la montagna ovviamente risente di tutto questo affollamento. Tutta l’economia pedemontana ne ha risentito. Sono spariti i vecchi mestieri in favore della crescita di una macchina turistica sempre più proficua.

Montagna per tutti o di tutti?

La montagna è di chi ci vuole andare, assumendosi le responsabilità del caso.

Secondo lei bisogna spronare i giovani ad una frequentazione più consapevole della montagna?

A spronare i giovani ci si perde il sapone e il tempo. È però vero che molti giovani o vanno in palestra e falesia o non ci vanno in montagna. Dove vado io a scalare, anche in Dolomiti, giovanotti non ce ne stanno. Trovo tutti miei coetanei, è aumentata l’età media di quelli che frequentano la montagna.

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