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La Cina, cinque vie, un autunno: grande successo per la spedizione italiana al monte Edgar

Il monte Edgar

Il 25 ottobre erano tutti in cima al Monte Edgar (6618m), montagna forse poco conosciuta ma molto interessante nello Gongga Shan, il massiccio montuoso nella Western Sichuan cinese. Un team tutto italiano si è spinto infatti nell’estremo est per fare del vero alpinismo esplorativo. I protagonisti: François Cazzanelli, Francesco Ratti, Emrik Favre, Tomas Franchini, Matteo Faletti, Bicio Dellai.

Il monte Edgar ha una storia alpinistica breve ma travagliata. La montagna è stata salita per la prima volta nel 2003 da una spedizione coreana. Nel 2009 una spedizione americana ha provato la difficile parete est; un tentativo finito in tragedia, infatti non si avranno più notizie degli alpinisti probabilmente investiti da una gigantesca valanga a base parete. Nel novembre 2010 Kyle Dempster e Bruce Normand conquistano la parete est ottenendo la nomination al Piolet d’Or.

“L’idea è nata lo scorso anno – ci ha raccontato François Cazzanelli –  io e Francesco Ratti avevamo intenzione di partire. Facendo le guide dovevamo cercare qualcosa in autunno e quando è uscito il libro di Nakamura (della spedizione coreana ndr) abbiamo deciso di andare lì”. 

La spedizione è partita a fine settembre. “Il trekking d’avvicinamento non è stato particolarmente lungo ma piuttosto impegnativo – ha raccontato François –  dall’ultimo villaggio ci abbiamo impiegato due giorni ad arrivare al campo base, ma in quella parte della Cina le montagne non sono molto frequentate. Abbiamo dovuto risalire il greto del fiume da valle e poi farci strada nella foresta molto fitta assieme ai portatori”. 

Piantato il campo base vicino a un fiume si sono spostati più in alto e hanno posizionato un campo base avanzato che hanno chiamato il “Campo degli italiani”. Per arrivare lì il percorso sul ghiacciaio non è stato dei più facili: molto crepacciato e seracchi che non davano molta fiducia.

Dal campo avanzato hanno deciso di acclimatarsi esplorando i massicci della Nanmengau Valley. Qui, in poco più di un mese hanno aperto cinque nuove vie e salito sei picchi inviolati. Due vette le hanno dedicate agli amici  Gérard Ottavio e Joel Deanoz, scomparsi lo scorso autunno sul Cervino, mentre le altre tre le dedicano alla mamma e alle zie di François: la “Cresta delle 3 sorelle”, che unisce: punta Barbara 5530 m, Punta Elisabetta 5740 m, e Punta Patrizia 5852 m.

Durante la fase di acclimatamento Tomas Franchini decide di partire, in solitaria, per il monte Edgar. Approfittando della luna piena affronta la parete ovest, arrivando in vetta il mattino dopo. La via viene chiamata  “The Moon’s Power”. “A mio parere è stato un grandissimo exploit che va valorizzato – ha commentato sempre Cazzanelli  – ha avuto pelo, le difficoltà tecniche erano importanti e in più in uscita ha trovato neve inconsistente e molto pericolosa. Le condizioni della neve nello Sichuan, per lo meno sul monte Edgar, le ho trovate piuttosto infide. Molto più simili alla Patagonia che all’Himalaya”.

 

 

Alla fine arriva il giorno del primo tentativo di vetta al monte Edgar: Tomas, Matteo e Bicio tentano la cresta est ma si fermano a 5800 m, mentre François, Emrik e Francesco si dirigono verso la cresta nord-ovest, ma anche loro sono costretti a fermarsi, a soli 150 m dalla vetta, in cima al primo dei due pilastri rocciosi della cresta. Il pilastro, a quota 6450 m, viene chiamato “Pillier de l’Espoir”. 25 corde doppie dopo entrambe le cordate sono di nuovo al campo base. 

Al campo decidono di riprovarci, sfruttando una breve finestra di bel tempo. Partono il 25 ottobre, di notte. Emrik, Francesco e Bicio decidono di ripetere la via dei coreani. François, Tomas e Matteo decidono di puntare alla parete nord-ovest. Alle 13 arrivano in vetta, tutti insieme. Le cordate si ricongiungono, per caso, a pochi metri dalla vetta. La nuova via sulla parete ovest si chiama “Colpo finale”, 600m, Wi 5 90° M. 

Racconta François: “È una via molto bella, una goulotte di 600 metri di dislivello che esce a 400 metri dalla vetta. Noi l’abbiamo trovata in buonissime condizioni, cosa che non ci aspettavamo. Negli ultimi giorni di spedizione è passata una grossa perturbazione che ha lasciato 30 cm di neve al campo, l’avvicinamento è stato duro. La finestra di bel tempo è stata cortissima, avevamo bel tempo dalle 3 di notte fino a mezzogiorno. Fino a che non abbiamo passato la terminale nessuno di noi ci credeva perché l’avvicinamento battendo traccia sempre nella neve alta è stato duro. Alla neve alta. Alla fine il vento aveva pulito molto bene la parete e abbiamo trovato condizioni molto buone fino in cima. Usciti dalla via a pochi metri dalla vetta ci siamo ricongiunti con i nostri compagni che uscivano dalla via dei coreani ed è stato un bel momento”.

 

 

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2 Comments

  1. Leggeranno questo articolo i due “alpinisti” citati nelle ultime ore su giochi da tavolo e televisione italiana?
    Bravi bene bis

    1. Solo per precisione: nel testo si dice, in un primo momento, che la via esce a 400 metri dalla vetta e dopo si dice che esce in prossimità della vetta, ma dalle indicazioni fotografiche sembra che, per raggiungere la vetta, vi sia un bel tratto di cresta da fare (freccia gialla). Quindi la domanda è: hanno proseguito lungo la cresta o hanno dato per conclusa la scalata una volta raggiunta la stessa?
      Inoltre il libro di Nakamura non è relativo alla spedizione Koreana, ma è figlio delle sue esplorazioni sulle montagne cinesi (https://blog.cicerone.co.uk/book-containing-many-lifetimes-mountaineering-possibilities/)

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