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Roberto Mantovani: “Dal ’54 ad oggi in Himalaya è cambiato tutto”

Siamo andati a farci un giro a Torre Pellice, paese valdese ad un’ora di macchina da Torino, per scovare Roberto Mantovani. Uno dei nomi italiani più accreditati per poter parlare di montagna e di storia dell’alpinismo. Ha alle sue spalle anni di ricerche, viaggi e pubblicazioni. Ha diretto per molti anni la Rivista della Montagna, è stato collaboratore fisso della trasmissione TGR Montagne si Rai2 e ha avuto modo di conoscere i protagonisti del mondo della montagna a 360 gradi.

In questo caldo autunno Roberto ci ha offerto riparo nella sua casa aprendoci le porte del suo ufficio e dei suoi ricordi.

 Come inizi a frequentare la montagna e quando ti sei avvicinato al mondo dell’alpinismo?

“Vado in montagna da quando ho iniziato a camminare. I miei genitori erano appassionati e mi ci hanno portato fin dalla tenerissima età. Credo che la mia prima gita sia stata a 3 anni.

L’alpinismo è una passione che arriva contemporaneamente a quella per la montagna abitata. Quella che stava sopra casa mia fatta di tradizioni, di piccole cose e di storie d’alpeggio. Io andavo in quota, stavo con i malgari, seguivo le bestie. Li osservavo mentre costruivano i collari di legno per capre e vacche. Era l’altrove più vicino a casa, il luogo in cui conservare i sogni. A questo si affianca l’attrazione verso l’alto, la possibilità di potersi spingere verso il cielo percorrendo creste o salendo pareti.”

Dalla passione per la montagna se poi passato al mondo del giornalismo…

“La prima esperienza fatta è stata con la Rivista della Montagna che all’epoca era l’unica rivista laica, come dicevamo noi. Termine che voleva dire semplicemente che era al di fuori del circuito CAI e che aveva uno sguardo critico sull’alpinismo e sulla montagna. Cosa che ci ha permesso di approfondire e soprattutto di uscire dall’ottica provinciale della montagna di casa.

Scrivere per la Rivista della Montagna è stata la realizzazione di un sogno. Sono stati anni intensi condivisi con una serie di amici che avevano grosso modo la mia età come Enrico Camanni o Stefano Ardito a cui si aggiungevano quelli più anziani come Giampiero Motti o Giorgio Daidola, il mio primo direttore. Eravamo un bel gruppo.

Con la rivista mi faccio le ossa e inizio a scrivere e a studiare, tanto. Sono anni di formazione sotto direttori anche molto severi poi, nell’80, iniziano ad affidarmi le prime rubriche di alpinismo extraeuropeo e mi devo mettere a studiare seriamente la storia dell’alpinismo e dell’Himalaya perché io all’epoca sapevo quel che sapevano tutti.

Inizi quindi a diventare un esperto di alte quote?

Si, ma diciamo che a dare un grande impulso alla mia “formazione himalayana” è stata richiesta da parte di DeAgostini di aggiornare le voci sull’alpinismo extraeuropeo della grande enciclopedia della montagna. Fu un momento di studio matto perché molti gruppi montuosi non avevano una monografia, nulla. Quindi sono dovuto partire da zero andando a ricercare documenti e relazioni. Una cosa molto difficile perché all’epoca non c’era internet e la circolazione delle pubblicazioni alpinistiche era scarsa. Già solo per avere le pubblicazioni dei britannici dovevi scrivere e sperare che loro ti cercassero qualcosa.

Quando sei andato per la prima volta in Himalaya o Karakorum?

All’inizio degli anni 90, ma conoscevo già bene tutto quanto soprattutto per il lavoro sul materiale di Fantin svolto per la DeAgostini.

Ricordo che è stata in Pakistan la mia prima esperienza extraeuropea, nella zona dal Karakorum. Abbiamo girato tutta la zona settentrionale e poi ci siamo spinti verso la zona occidentale, vero il Khyber pass al confine con l’Afghanistan. Era al termine della guerra russa e mi ricordo che il percorso per salire al passo era costellato di oggetti sottratti all’esercito russo. Era un Pakistan diverso da quello di oggi.

Dopo questa prima esperienza sono venuti il Nepal, le Ande, la Patagonia, le Montagne Rocciose e molti altri viaggi che hanno avuto un culmine nel periodo in cui ho lavorato al Museo Nazionale della Montagna in cui mi occupavo, oltre che di cataloghi e mostre, anche del CISDAE (Centro Italiano Studio e Documentazione Alpinismo Extraeuropeo) fondato da Mario Fantin. Un periodo in cui sono riuscito a crearmi una fitta rete di informatori che mi permettevano, in anni in cui ancora non c’era la rete, di avere un buon afflusso di notizie. Una rete che mi ha permesso di mettere in ordine molti avvenimenti e di scavare nella storia del periodo contemporaneo a quello in cui svolgevo il lavoro, ma anche di poter scavare nel passato.

Nel periodo del museo hai avuto occasione di frugare nei documenti del ’54?

Si, quando nel 1994 organizziamo una mostra per i 40 anni della prima salita del K2 e in quell’occasione rimango per sei mesi a studiare. In quel periodo lavoravo ancora alla rivista della montagna ma tutto il mio tempo libero lo dedicavo allo studio dei documenti del K2 relativi alla spedizione del 1954 che sono conservati al Museo Montagna. Ho potuto così scoprire di tutto e di più. A questo studio si è poi affiancata la conoscenza con tutti i protagonisti ancora in vita di quella spedizione. Ho conosciuto bene Lacedelli e benissimo Bonatti con cui, in più, c’era una grande amicizia.

Cos’è cambiato da allora ad oggi?

A livello himalayano tutto. Già con la comparsa di Messner si è capito che la situazione sulle grandi montagne stava cambiano. L’alpinista altoatesino ha saputo dare un grosso impulso dimostrando fin da subito che nella vita di uno scalatore si possono accumulare più 8000. Ancora ai tempi del giovane Diemberger farne due, tre al massimo, era un’eccezionalità. Sempre a Messner va poi il merito di aver dimostrato che si possono raggiungere le quote sopra gli 8500m senza ossigeno.

Quindi, da una parte il tentativo di salire le alte quote senza ossigeno ma anche il tentativo, che comincia a quote più basse, di scalare le cime himalayane senza tutto il vecchio apparato di spedizione (corde fisse, campi, ecc) che garantiscono più che la salita la sicurezza della discesa. Si assiste perciò al tentativo di portare quel che si faceva sulle Alpi a quote più elevate e con difficoltà tecniche maggiori.

Si è poi andati alla ricerca di vie sempre più difficili e a segnare un gradino importante nell’evoluzione della difficoltà troviamo la salita della parete sud dell’Annapurna da parte della spedizione Bonington. Da quel momento in poi comincia un cammino diverso che porta ad avere, nell’arco di una decina d’anni, già molte salite tecniche su 6000 e 7000.

E sulle Alpi?

Succede la stessa cosa, con la differenza che l’evoluzione tecnica porta ad una perdita dell’avventura perché quando l’attenzione è incentrata sulla modalità di salita si riduce al minimo l’imprevedibilità.

Tutto un altro discorso vale però per l’alpinismo invernale sulle Alpi che per lungo tempo ha ancora lasciato grande spazio all’avventura. Soprattutto negli anni in cui nevicava tanto e faceva molto freddo. Casarotto, ad esempio, sale la Est delle Jorasses dopo un’infinità di tentativi e lo fa in giorni in cui in quota c’è un vento di 150km/h (misurato a Chamonix) e mi ricordo che è tornato giù con un congelamento alla guancia.

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