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“La discesa dal Link Sar più difficile dello Sperone Mummery” intervista a Daniele Nardi

Foto @ Daniele Nardi

Daniele, come è andata la spedizione?

Come capo spedizione sono molto contento perché siamo riusciti ad andare in una zona che sognavo da molti anni, anche se avrei voluto provare non il Link Sar, ma il Saltoro Kangri, ma il permesso non lo concedono.

Cosa hai trovato in quest’area?

Il potenziale alpinistico lì è enorme, il problema è che gli approcci alle pareti sono molto complessi e non è per tutti gli alpinisti. Non tanto sul Link Sar, dove il ghiacciaio comincia subito e la parete inizia a 4000 m, ma Marcello, Gianluca e Michele per approcciare la loro parete hanno dovuto salire tutto uno zoccolo, che era un canale con sfasciumi, pezzi di parete in mezzo, un traverso molto difficile. Per arrivare sotto a queste big wall hanno impiegato la prima volta 2 giorni.

Sei partito con l’intenzione di scalare la parete nord-est, poi hai optato per la sud-est, ma c’erano già gli americani, così siete tornati all’idea inziale. Cosa è successo di preciso?

Sono partito con l’obiettivo di scalare la parete nord-est, ma una settimana prima di partire i militari, che hanno un campo sul ghiacciaio, ci hanno vietato di andare su quel lato. Allora abbiamo optato per la parete est-sudest, ma una volta in Pakistan abbiamo scoperto che c’erano gli americani. Ho chiesto a Steve Swenson se volevano fare una cosa insieme, ma non ha voluto. Rispettando questa decisione, abbiamo deciso di provare ad andare sulla parete nord-est attraversando il ghiacciaio per intero ed evitando così i militari. Ci siamo anche riusciti, ma ci volevano 12 ore di cammino per arrivare sotto la parete. Nel frattempo però abbiamo fatto amicizia con il comandante dei militari, che ci ha concesso di passare attraverso il campo e quindi le 12 ore si sono ridotte a 3. A quel punto è partita la vera scalata.

Quali difficoltà hai trovato sulla parete?

La parete è enorme. Io e Tom non l’avevamo calcolata così: comincia poco sopra i 4000 metri e finisce a 7041 metri. Inoltre avevano 1100 metri di ghiacciaio, con pendenze fino a 70/75°, per arrivare al colle e da lì, dove iniziava la vera parete, c’erano altri 2000 metri da scalare. Questo ci ha messo in difficoltà: ci voleva più tempo, organizzazione, fatica. È stato complesso ed i primi 1700 metri di dislivello li abbiamo fatti, però arrivati a campo 3, a 5700-5800 m, mancavano sopra altri 1300 metri di dislivello, di più della parete nord delle Grandes Jorasses.

Avete avuto anche problemi con le valanghe ed i seracchi…

Esatto, un’altra difficoltà è stata il pericolo di caduta di valanghe e seracchi nei primi 1000 metri di parete. Essendo orientata a nord le creste erano piene di funghi di neve ed ogni tanto se ne staccava uno. Abbiamo cercato la linea più sicura, ma era una parete glaciale e non rocciosa e si era comunque molto esposti alla caduta di questi seracchi.

Prima volta in spedizione con Tom Ballard, come ti sei trovato?

Con Tom Ballard mi sono trovato molto bene. È un ragazzo simpatico, forte, pieno di entusiasmo. È stato un bel rapporto cordata. Ha bisogno di capire come funziona l’alta quota, era la sua vera e propria spedizione alpinistica, però era anche questo uno degli obiettivi. Ci siamo divertiti, ci è piaciuto andare in montagna. Poi va beh, ha iniziato a nevicare, ha fatto un metro di neve ed abbiamo capito che era il caso di scendere e siamo scesi. È stata la cosa più difficile che io abbia mai fatto.

Più difficile del Nanga Parbat in inverno?

A livello emotivo, nel senso del magone che ti prende allo stomaco e ti chiedi cosa fare, no: quello che è accaduto al Nanga Parbat è complicato da superare. Se parliamo di pericolosità, sì. È stato più pericoloso scendere da quella parete, dai 5800 metri di campo 3, in quelle condizioni, piuttosto che fare la discesa dallo Sperone Mummery. Sul Nanga sapevo esattamente quello che andavo a trovare, erano anni che lo studiavo, sapevo quello che potevo incontrare. Sul Link Sar no, la parete l’abbiamo scoperta e studiata quando l’abbiamo vista al campo base avanzato. Quando ad un certo punto ha fatto un metro di neve totalmente inaspettato, siamo rimasti bloccati a campo 3 per tre giorni senza poterci muovere ed ogni giorno si aggiungevano altri 30/40 cm di neve sulla tenda. Era diventata una situazione pericolosa anche dove stavamo, su una spalla al sicuro, fuori dal pendio. Ad un certo punto è crollato un seracco e l’onda d’urto della valanga è arrivata alla nostra tenda che si è quasi ribaltata e si è riempita di neve. Ho pensato che ci avrebbe scaraventati giù. Non avevamo né cibo, né gas per poter rimanere su tutti quei giorni ed anche se avesse smesso di nevicare avremmo dovuto attendere un paio di giorni che si assestasse il tutto.
Abbiamo quindi preso coraggio e siamo scesi. Contavamo una valanga, aspettavamo un po’ di tempo, passavamo noi, poi ne scendeva un’altra, poi ricominciavamo a contare. In quelle condizioni, con quella neve, dopo quella fitta nevicata, è stato più pericoloso quello. In condizioni normali no, lo Sperone Mummery è più difficile.

Niente vetta, ma hai detto che è stata comunque un’esperienza positiva…

Sì, il mio obiettivo era aprire la valle, fare esplorazione e per quanto mi riguardava tornare a scalare in Karakorum dopo un anno e mezzo in cui non partivo più. È chiaro che a livello sportivo non sono soddisfatto, avrei voluto almeno provare la vetta, ma non ho avuto nemmeno un tentativo vero.

Come è stato il ritorno in spedizione? L’ultima volta è stata l’invernale al Nanga con tutto quello che è successo…

La prima cosa che ho detto appena arrivato al campo base è stata: “Che bello!”. Non so quanti sarebbero tornati in piedi con la voglia di rimettersi in gioco. L’ho fatto e ne sono orgoglioso. Sono contento di essere stato lì a fare dell’alpinismo che mi piace molto.

Bilancio quindi tutto sommato positivo…

Sono felice, tanti progetti futuri, nuovi compagni di spedizione. Sono proprio contento.

Tornerai al Link Sar?

Non credo. La parete è bellissima, ma è molto pericolosa e non è quello che mi aspettavo: pensavo fosse meno glaciale ed un po’ più misto. Non è la mia montagna, non è il mio sogno alpinistico. Quindi se dovessi tornare in quell’area non tornerei per il Link Sar, ma per altre montagne come il Saltoro Kangri, lo Sherpi Kangri, il Ghent Kangri che varrebbero la pena di essere tentate seriamente.

 

 

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