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Tra qui e il K2 c’è un mondo intero: intervista a Gian Luca Gasca #destinazionek2

Gian Luca Gasca, sullo sfrondo la piramide del K2 @Facebook Gian Luca Gasca/Club Alpino Italiano

L’obiettivo era dimostrare che con i mezzi pubblici in montagna ci si può andare: anche se la montagna in questione si chiama K2. Detto fatto, Gian Luca Gasca, dopo Alpi e Appennini ha preso il biglietto Torino – K2 e ha macinato così i 10.000 km su rotaia e su gomma che ci separano dalle montagne più alte della terra. In quelle distanze c’è un mondo intero, fatto di persone e di luoghi che qui in occidente, nonostante la globalizzazione, sono sconosciuti. Partito il primo agosto, Gian Luca, sponsorizzato dal CAI e da Lowa, ha intrapreso questo viaggio lento e dal sapore antico, nella sterminata steppa, luogo dell’anima russa, fino alle montagne “che ho sempre sognato di vedere”.  Tornato a casa, abbiamo chiesto a Gian Luca che cosa ha visto e che cosa ha provato in questi 43 giorni di viaggio.

 

Tiziano Terzani, in un’ intervista, notava come il treno, in Asia, e in generale i mezzi pubblici, sia uno dei fattori di coesione sociale più forti. Tu che cosa hai visto?

Terzani ha ragione da vendere, ma ormai l’est che ha raccontato nei suoi libri va sempre più scemando. Sono sempre stato attratto dall’oriente e dall’affascinante esperienza di viaggiare in quell’oriente dove si perde la percezione dell’io per entrare in un mondo fatto di “noi”. Le storie di viaggi in oriente raccontano spesso storie di condivisione, di gioia nel regalare e di racconti che uniscono a perfetti sconosciuti per tutta la vita. Ovviamente però il concetto di “est” è molto aleatorio e non sempre si trova ciò che ci si può aspettare da un viaggio che va verso il sol levante. La Russia ad esempio mi ha lasciato in bocca l’amaro dei racconti letti sulla Transiberiana. Testi che narravano di grande giovialità e condivisione mentre io mi sono trovato completamente isolato in un mio angolo di mondo a causa dell’incompatibilità linguistica. Il tutto deriva da una mia mancanza ovviamente: non conosco il russo e i russi non parlano inglese. Quando si viaggia ci si deve preparare al luogo in cui si andrà e io ho dato per scontato che l’inglese fosse diffuso tra la maggioranza della popolazione, sbagliando.

 

In Pakistan è stato diverso?

Certo, ma ho dovuto farne di chilometri. Sono dovuto arrivare fino in Pakistan dove finalmente ho trovato il vero oriente, quello sudicio della terra della mille e una notte. Qui mi sono ritrovato a vivere praticamente in comunità per un mese. Sui bus tra Islamabad e Skardu mi hanno regalato frutta secca, uva, mele e poi ancora chiacchierate lunghe centinaia di chilometri sulla loro e sulla nostra cultura. Perfetti sconosciuti con cui alla fine stabilivi un legame profondo, come se ci si conoscesse da anni. La stessa cosa accaduta in tutto il Pakistan che ho visitato e anche durante il trek dove, quando si incontravano altri gruppi, non mancava mai un pezzo di chapati o una tazza di the pakistano da condividere. In Pakistan, dopo il primo impatto che ti segna pesantemente (perché davvero è tutto diverso dall’occidente), scopri l’essenza delle parole di Terzani. E se hai la possibilità, come ho avuto io, di vivere con una famiglia pakistana, di osservare i loro ritmi e le loro usanze, di passare del tempo a dialogare e di rompere le scatole a tutti facendo mille domande, anche stupide… allora si hai la possibilità di assimilare davvero la cultura della zona al punto da innamorartene e andare oltre gli schemi culturali a cui si è abituati.

 

La cosa più difficile in questo lungo viaggio, e quella più emozionante?

L’arrivo al Concordia è stato sicuramente il momento più emozionante. Era il 26 agosto ed ero in giro da ventisei giorni che parevano essere durati un anno per la mole di esperienze accumulate in così poco tempo. Giungere finalmente a destinazione è stato lo scarico di tutto quanto. Un momento di liberazione culminato con l’abbraccio della mia guida Hassan Jan, che aveva scalato il K2 con la spedizione del 2014 organizzata da Agostino da Polenza, che mi ha tirato a su dicendomi “welcome to Concordia my friend”.   È stato un bel momento, peccato che il K2 fosse completamente coperto, tranne la base e una parte dello sperone Abruzzi. Ma dopo una mezzora si è scoperto completamente. Mi sono trovato davanti tutta la piramide. Era una cosa che avevo sognato per molti anni, per moltissimi anni e finalmente, grazie al Club Alpino Italiano, ho potuto coronare il sogno di vedere dal vivo la seconda montagna della terra. Senza di loro non credo che avrei mai avuto l’opportunità di compiere un viaggio di questa portata. Il momento più difficile è stato invece durante la discesa, ho avuto dei problemi con il cibo che ci davano durante il trek, un uovo sodo mi ha messo k.o. tenendomi sveglio tutta la notte. Il giorno dopo Hassan mi ha obbligato ad una giornata di stop, così mi sono fatto un pezzo di Baltoro a cavallo. Durante il viaggio la fatica più grande è stata invece l’enorme solitudine. C’è stato molto tempo per pensare…

 

Torniamo un attimo in Italia. Con questo viaggio hai voluto anche dimostrare che in montagna ci si può andare con i mezzi pubblici. In Italia, l’alpinista del fine settimana, che magari va a fare una cosa di due giorni  impegnativa, può usare il mezzo pubblico? In svizzera, ad esempio, è così: in Italia è ancora utopia?

Io in Italia ho attraversato Alpi e Appennini con i mezzi pubblici. Possibile è possibile, dire però che si possa fare una salita impegnativa di uno o due  giorni e arrivare rilassati all’attacco della via è utopia. Se vuoi arrivare tranquillo devi partire un giorno prima, arrivare, stare in un albergo e poi il giorno dopo cominciare la salita. Frequentare la montagna utilizzando solo i mezzi si può fare in Svizzera o in Alto Adige, sono le uniche aree dove puoi pensare di andare seriamente la montagna in questo modo. Nel resto delle altre aree è quasi impossibile pensare anche solo di fare una camminata di 5 ore usando i mezzi.

 

La prossima avventura?

Uno dei miei sogni era quello di vedere le montagne di cui ho letto tantissimo durante l’adolescenza,  di cui ho sentito raccontare dagli alpinisti che conosco. Mi piacerebbe avvicinarmi ad altri 8.000 a modo mio: unendoci un viaggio con i mezzi pubblici, che è diventato ormai il mio marchio di fabbrica per i viaggi. Sto meditando qualcosa verso il Nepal. Anche il Sudamerica mi interessa molto, ho un’idea per un progetto enorme ma mi servono alcuni anni per metterlo su.

 

Quanto è costato tutto, alla fine?

Non ho ancora fatto i conti con precisione ma tra visti, biglietti dei treni e notti in albergo ho speso circa 4.000 euro in totale per 43 giorni di viaggio. Contando anche i soldi dati all’agenzia per il trekking al campo base. Ho speso poco, ma ovviamente le condizioni  non erano da hotel cinque stelle.

 

 

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3 Comments

  1. Speso Poco?? Mi sa che sono stato in un’altra Asia. Io per andare dove mi pareva (cioè spostandomi in media 10-12 ore di bus o treno ogni 4-5 giorni), dormire in un letto, riempirmi la panza e fumare l’impossibile non riuscivo mai a spendere più di 500 euro al mese. E aggiungiamoci pure costi extra tipo accesso al trekking Annapurna, giri in barca sul lago di Pokhara, noleggio scooter, noleggio bici, ingressi vari. Comunque 600 euri proprio ad esagerare, magari con un po’ di shopping.
    O ti hanno spennato in Russia, o il Pakistan ha prezzi quintupli di India e Nepal, o non hai mai contrattato sul prezzo, o qualcosa non torna. O almeno secondo la mia esperienza personale non hai speso poco. Io con 4000 banane me ne sto in rumba per 8 mesi, in Asia.

    1. I miei 4000€ sono comprensivi di: 2000€ pagati all’agenzia per il trek (poco pensando che è stato organizzato ad hoc per sole due persone, che il K2 è caro e che i trek qui costano più che in Nepal), visti (quello pakistano tramite agenzia vista la burocrazia necessaria), bus, treni, cibo, gite aggiuntive post trek tutte da 25000 rupie in su, vaccinazioni, materiali necessari per il viaggio.

      Saluti e buona Asia.

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