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Il Signore del cielo: spedizione al Khan Tengri – 7.010 mt

Lo scorso 18 agosto Raffaele Barbolini, insegnante di Bressanone, e Francesco Rubbiani, agronomo di Modena, sono arrivati in vetta Khan Tengri, vetta di  7010 metri a confine tra Kazakistan, Kirghizistan e Cina, che si trova nella catena del Tien Shan, a nord ovest dell’altopiano del Pamir nell’Asia Centrale.

I due alpinisti hanno percorso il versante nord, il più impegnativo e lungo, ma anche maggiormente sicuro dal pericolo di cadute valanghe e seracchi. 

Di seguito vi lasciamo al racconto di Raffaele:

 

È già primavera quando progettiamo questa spedizione: siamo di nuovo in due, io e Francesco e bisogna sbrigarsi, luglio arriva in fretta. La cima sarà il Khan Tengri, una piramide di 7010 metri nel Tien Shan che spacca il confine tra Kirghizistan, Kazakistan e Cina. L’immenso ghiacciaio di accesso alla vetta è quello dell’Inylcheck accessibile solo in elicottero o dal versante nord o da quello sud. La salita dal campo base sud è la più semplice ma molto esposta a continue cadute di seracchi e slavine mentre la salita da nord percorre solo tratti in cresta, sempre sicuri ma decisamente più impegnativi. Noi scegliamo la via da nord. Siamo in ex Unione Sovietica e ci serve un’agenzia per un pacchetto di servizi minimi al campo base e l’indispensabile trasporto in elicottero: abbiamo un contatto con Rustem, una guida russa che ci fà da intermediario per tutta l’organizzazione sul posto.

Per gli sponsor non c’è piu tempo per chiedere, le burocrazie e i carteggi per ottenere qualcosa sono tanti e poi abbiamo già quasi tutto il materiale che ci serve; per quello che ci resta riceviamo un sostegno last minute da Sportler.

Programmiamo 4 settimane per tutta la spedizione di cui 3 per la salita alla cima. Riduciamo i bagagli allo stretto necessario e con 40 kg di materiale a testa siamo pronti per partire. Siamo allenati e motivati, servono solo alcune finestre di bel tempo per la salita in vetta e non dovrebbero esserci intoppi. Ancora non lo sappiamo ma gli imprevisti dalla partenza in poi saranno tanti e già arriviamo a Bishkek, la capitale Kirghiza, con un giorno di ritardo. L’elicottero per il campo base non vola tutti i giorni e non aspetta certo noi quindi dovremo raggiungere Karkara con un solo interminabile viaggio in auto per arrivare in tempo per il volo del giorno successivo, avevamo programmato per fare tutto con calma e già ci troviamo a dover correre dietro al tempo. Lo stesso imprevisto capita a Ivan, un bulgaro che viaggia con la nostra stessa agenzia e anche lui è prenotato con il volo del giorno successivo. Durante il viaggio per Karkara ci parla della moglie, della figlia, degli allenamenti in montagna nel fine settimana col suo cane, dei suoi progetti futuri in alta quota e iniziamo a volergli bene e a non invidiarlo anche perchè lui è da solo con uno zaino immenso da portarsi sulle spalle, qualche anno in più di noi e tutto il peso delle decisioni sulla salita da prendere da solo. Saremo insieme a Ivan tutto il giorno del trasferimento e quello succesivo al campo base, poi lui inizierà la sua salita in solitaria, molto lentamente, con una settimana in meno di noi a disposizione per acclimatarsi e le fatiche di chi sale in alta quota. Precipiterà durante la discesa dalla vetta il giorno 8 agosto per la rottura di una corda.

L’elicottero è un MI8 dell’esercito, vecchio e stanco anche se ha solo 10 anni. Può caricare fino a 16 persone con tantissimi bagagli. Vola con fatica ed è lentissimo ma molto stabile in volo e arriva a destinazione con qualsiasi condizione meteo. Noi partiamo con l’elicottero la mattina presto con la pioggia e arriviamo al Campo Base con il sole, qui il meteo è molto variabile e non ci sono previsioni affidabili. Il versante nord ha due campi base, uno Kazako e uno Kirghizo, dei due il nostro è quello Kirghizo più a sud, in posizione piu svantaggiata sull’enorme ghiacciaio che bisogna percorrere per accedere al primo pendio nevoso che conduce al Campo 1 a 4500 mt. Ciascun campo base è popolato da team che provengono da tutti i continenti. Per attraversare il ghiacciaio servono scale e bisogna attraversare ponti di ghiaccio che col caldo del giorno diventano instabili e si riducono continuamente. Ma il nostro campo base ha uno staff unico: Mikahil l’elicotterista, Denis il cuoco, Misha per i contatti radio, un secondo Misha tuttofare e poi il boss del campo che con noi si è rivelato una persona speciale. Fino a quel momento non abbiamo avuto nessun problema con la quota e quindi ci organizziamo per spostarci verso il campo 1 già il giorno seguente. Nei giorni successivi organizziamo il trasporto di materiale fino al Campo 2 e saliamo il Pik Chapaev non ben quotato ma a circa 6150 mt.: le giornate di alta pressione ci accompagnano sempre con sole e senza vento, l’acclimatamento procede benissimo, siamo veloci e lucidi sia in salita che in discesa.

La salita al campo 1 è prima su un pendio nevoso ad alto rischio di slavine sulla parete nord poi si sposta sulla cresta nevosa e il campo si trova su roccette in una zona al riparo da scariche di ogni tipo. Scegliamo il campo 1 alto più tranquillo e meno affollato a 4500 mt. Il campo 2 invece si trova a 5500 su una sella nevosa più esposto al vento ma in posizione abbastanza sicura, l’unico pericolo oggettivo è una grossa cornice di neve sul pendio superiore. Dal campo 1 si arriva al campo 2 percorrendo una cresta su corde fisse in parte su roccia e su neve con pendenze marcate. Dopo 6 giorni in quota e dopo aver attrezzato il campo 2 rientriamo al Campo Base ma Francesco già da qualche giorno continua a ripetere che vuole rinunciare alla vetta, teme che i suoi scarponi siano troppo leggeri e ha paura di congelarsi le dita dei piedi. I piedi sono i suoi e io non posso convincerlo del contrario.

Molti team hanno già concluso la loro spedizione e la giornata di riposo al cb del giorno successivo la dedichiamo a cercare un paio di scarponi in sostituzione dei suoi, ne trova un paio da un ragazzo vicentino che ha rinunciato alla salita, ottimo, adesso bisogna solo provarli. Quel pomeriggio festeggiamo con Scott, il nostro amico scozzese, il suo volo in parapendio dalla cima che lo porta in soli 3 minuti al campo base.

Decidiamo quindi di dedicare ancora due giorni per risalire al campo 2 e poi scendere per testare gli scarponi e un ultimo trasporto di cibo prima di tentare la salita. È qui che al campo 2 incontriamo per l’ultima volta Ivan con il quale scambiamo due parole sulla salita in vetta che lui tenterà la notte di due giorni dopo. Sembra molto affaticato, l’acclimatamento per lui è stato sicuramente più duro visto che non è mai ridisceso al campo base ma è determinato e soprattutto inconsapevole dell’incidente che gli accadrà da lì a poche ore. Noi siamo consapevoli invece di aver commesso un errore nel trovarci al campo 2 senza tutta l’attrezzatura necessaria per la salita in vetta, stiamo bene, il tempo è sicuramente buono ancora per due o tre giorni e potremmo partire anche noi dal campo 2 senza invece dover ridiscendere per poi ripartire, ma così avevamo deciso e ora dobbiamo rispettare le scelte fatte nei giorni precedenti. Più volte penso che questa leggerezza nella programmazione ci potrà costare il prezzo di non salire in vetta. Nel frattempo diamo assistenza a un iraniano sceso dalla vetta che ha perso 8 dita al K2 completamente fulminato dalla quota che sta cercando l’“office“ convinto di poter recuperare una parte del materiale che aveva depositato al campo 2. Scendiamo guardando la cima e tutti i team pronti per partire per la vetta: avremmo potuto essere anche noi al campo 3 quella stessa sera e invece no.

Scendiamo al cb con l’idea di riposare solo un giorno o due e poi ripartire con la prima finestra di bel tempo, per il momento la bella notizia almeno è che gli scarponi per Francesco vanno bene. Siamo in quota già da 10 giorni. Le previsioni quando ci sono e se sono attendibili vanno a un max. di due giorni e al momento non sembrano esserci buone notizie in arrivo, il meteo sta cambiando velocemente e da un circolo di alta pressione stiamo per migrare verso un clima più autunnale con grosse perturbazioni in arrivo di cui la prima è prevista dopo 5 giorni con 1 metro di neve e venti a 70 km/h . Il primo nostro pensiero va alla tenda al campo 2, alla nostra attrezzatura tutta depositata nella tenda, alla  preoccupazione che la bufera in arrivo ci porti via tutto e alla possibilità che in un momento tutte le fatiche vadano in fumo. Scegliamo la soluzione più onerosa, risalire velocemente al campo 2 consapevoli del brutto tempo e trasferirci al campo 3 prima della grossa nevicata, poi sistemarci al campo 3 e attendere: attendere quanto?? Attendere una giornata di bel tempo da lì alla fine dei giorni a nostra disposizione, in totale 21 per la salita, del resto di cibo e gas ne abbiamo a sufficienza.

Ma ancora non abbiamo ancora fatto i conti con il meteo che ci regalerà solo neve, vento e brutto tempo per un lungo periodo. Il trasferimento al campo 3 è durissimo: mentre i trasporti di materiale fino al campo 2 vengono fatti in modo parziale e progressivo, quello per il campo 3 lo facciamo con un unico viaggio di sola andata. La salita si svolge prevalentemente su roccia e ghiaccio transitando dal Pik Chapaev con un dislivello in salita di 650 mt.  La sella in cui si trova il campo 3 è posizionata più in basso, alla base della cresta e dal Pik Chapaev occorre scendere ancora 250 mt su neve e col superamento di un crepaccio enorme. Anche questa volta siamo veloci ma arriviamo molto stanchi, poco motivati e con poche speranze per i giorni successivi. L’umore che fino a quel momento è stato molto alto ora inizia a calare come i giorni che rimangono, ora sono solo 9. In realtà 9 giorni sono tantissimi considerando il bel tempo e che ci troviamo al campo 3 ma con questa perturbazione in arrivo cambia tutto. Sistemiamo la tenda e ci prepariamo per l’attesa. Ogni giorno un contatto radio con il campo base ci dà conferma che ancora non è arrivato il giorno giusto, altri team hanno un telefono satellitare e confermano le info del campo base. Piano piano anche il campo 3 si svuota, molti rientrano, altri finiscono il cibo o il gas e rinunciano; noi rimaniamo. Per fortuna nella sfortuna il tempo è meno peggio delle previsioni, brutto costante ma la grande nevicata con raffiche di vento non arriva. Spostiamo comunque la nostra tenda perchè ormai siamo sommersi dalla neve spostata dal vento.

I giorni sono già diventati 5 e pare un’infinità: sempre in due chiusi dentro alla tenda a sciogliere neve e mangiare frutta secca con la condensa del mattino che si scioglie e che bagna anche quelle poche cose rimaste asciutte, il cibo in busta ormai ha tutto lo stesso sapore, non rimane che l’attesa. Non si molla!!! Ma pare che stia per arrivare una bella giornata, nel frattempo anche gli amici di Monaco che sono rimasti ad attendere al campo 2, scendono. Ci prepariamo per quella notte, girano voci che il giorno successivo ci sarà bel tempo ma con molto vento fino alle 13 e poi una nuova perturbazione. Al campo ci sono pochi team ma tutti tenteranno. Ci avevano sconsigliato di partire troppo presto per il freddo polare della notte e il sole arriva in cresta solo alle 10 del mattino, la maggioranza di loro parte verso le 1.30 noi decidiamo per le 3. Alle 4.50 siamo già di ritorno alla tenda, fuori c’è una bufera di vento e la previsione non è azzeccata. Francesco temeva nuovamente un congelamento ai piedi. Quel giorno sale in vetta solo un americano, gli altri, quasi tutti russi rientrano alla sera mezzi congelati. Ma dove sono finite le belle giornate dei primo periodo? abbiamo forse sbagliato tutta la strategia? forse l’episodio di Ivan era un avvertimento? Mille domande ci logorano ma ormai l’ultima decisione è presa, aspettiamo al campo 3 fino all’ultimo giorno disponibile.

Nei giorni successivi arrivano anche un gruppo di tre canadesi, noi in realtà aspettavamo due rumeni, questi canadesi neanche li conosciamo. Hanno una tenda da 4, riescono a stare seduti e giocare a carte, quanto vorremmo avere in quel momento un pò di spazio in più anche noi in tenda; e poi ridono un sacco e sono felici e noi invece sudici e logorati dall’attesa. Tra due giorni è prevista una nuova giornata di bel tempo: è la nostra ultima occasione. Quella notte a partire per la vetta siamo solo noi e loro, loro alle 3 e noi questa volta decidiamo per le 5 appena inizia a fare chiaro.

Durante il primo tentativo dai 5.750 mt. del campo 3 eravamo rientrati a 6.100 mt., fino a lì conosciamo bene il tracciato: prima il nevaio, poi le roccette e procediamo velocissimi. Incrociamo uno dei tre canadesi che rientra per il freddo, il secondo non è partito dalla tenda e troviamo il terzo sulla via. La vetta è lì davanti a noi, vicina o lontana non si capisce ma l’arrampicata è sicura e l’ascesa costante. A 6400 mt. facciamo una pausa, iniziamo ad avere i piedi duri e freddi e ormai siamo rassegnati che non si scalderanno più: siamo al campo 4 una forcella dove è possibile piantare tre tende ma espostissima al vento e infatti è pieno di brandelli di teli strappati e con tre targhe alla memoria sulla roccia. Si riparte e a circa 6.700 mt. dovrebbe iniziare il catino di neve che porta sulla cresta finale, ma dopo circa 100 mt. dal campo 4 vedo un cadavere sulla destra, guardo più volte per esserne certo, è piccolo e tutto accartocciato su stesso, mi chiedo se sia il turco o il bulgaro, molto probabilmente il turco visto che Ivan dovrebbero averlo già recuperato, non dico niente a Francesco, non si sa mai. Manca ancora un tratto faticoso e verticale su roccia e poi siamo sul catino di neve; da lì vediamo la cresta di roccia che porta in vetta e il sole che la illumina; sono già passate le 10 e il sole non si è ancora visto su di noi, è già un pò che lo aspettiamo. Ancora una pausa per bere e mangiare. Ci guardiamo negli occhi: basta uno sguardo per vedere che Francesco è in forma, lo conosco da 30 anni e molto bene. Se sta bene sarà tutto più facile, io sto bene e non vedo l’ora di arrivare: in questi momenti, l’amicizia è preziosa e vuoi bene all’altro come a te stesso. Non gli chiedo come stanno i suoi piedi perchè non è più il momento di parlare ma di andare in vetta, la discesa che ci aspetta sarà lunga e tutta in corda doppia per almeno 4 ore. Pollice alzato e si riparte per l’ultimo strappo, le corde fisse sono quasi terminate e i pendii su neve si addolciscono, non ci sono più pilastri di roccia sopra di noi ma solo il cielo. Vedo la croce, rido e accelero per godermi qualche minuto in più in vetta. Sono le 12, abbiamo impiegato solo 7 ore, scatto due selfie, attacco alla croce le bandierine nepalesi che mi sono portato disegnate dai nostri bimbi e aspetto Francesco. Quando arriva è una festa, tutto è sotto di noi!

 

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