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Alpinismo

Gallo: rivalutiamo il capospedizione

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BERGAMO – “Il tasso di mortalità in Himalaya è oggi inaccettabile. E’ troppo importante tornare a casa vivi. Bisogna rivalutare il ruolo del capo spedizione, soprattutto tra i giovani. Una figura che abbia esperienza, autorevolezza per dare suggerimenti, capacità di gestire le emergenze e rapportarsi alle altre spedizioni”. Ecco l’opinione di Maurizio Gallo sull’himalaysmo moderno. Un’opinione esposta con la reticenza di chi sa di scatenare un fiume di polemiche da parte dei fautori di un alpinismo “spazio di libertà assoluta” dove non si può parlare di regole, “dello stile alpino”come credo assoluto. Ma anche con la fermezza derivante dal dispiacere per la perdita di tanti amici e allievi dei corsi guide.

“È una riflessione che mi è venuta vedendo tutti questi morti in Himalaya – spiega Gallo -. Ogni volta che ne sento uno mi viene il magone. L’ultimo è stato Roby Piantoni, che come molti altri ho seguito ai corsi per guide alpine. Allievi che sono diventati amici, e che ora non ci sono più. Mi dispiace dirlo ma il numero di incidenti sta diventando veramente alto, quest’anno più dell’anno scorso. L’opinione pubblica, tutti quelli che mi conoscono mi chiedono cosa stiamo facendo sulle montagne e  si stanno facendo un’idea sbagliata degli alpinisti come kamikaze allo sbaraglio sprezzanti del valore della vita. Forse non ho l’autorevolezza alpinistica di chi ha compiuto grandi imprese, ma ormai vivo da tanti anni in questo mondo himalayano, e credo di aver capito alcune cose”.

Così inizia la triste analisi degli incidenti in cui sono scomparsi amici che non potevano contare su un aiuto o un suggerimento dal campo base. “Il primo che ricordo è stato Benoit Chamoux – dice Gallo – dopo tante spedizioni con gruppi organizzati come Esprit d’equipe, professionisti dell’alpinismo himalayano dove il ruolo del capo spedizione è stato rilevantissimo, Benoit ha deciso di andare al Kanche tra amici, lui il fotografo e lo sherpa. Quest’ultimo è morto durante la salita, Benoit al base non aveva nessuno che lo seguisse e avesse l’autorità di dirgli: lascia perdere. Forse sarebbe ancora qui e invece sono spariti tutti e tre”.

“Negli ultimi tre o quattro anni ci sono stati moltissimi altri casi – prosegue la guida alpina –. Penso a Pierangelo Maurizio sull’Everest, a Stefano Zavka sul K2. Penso allo stesso Karl Unterkircher al Nanga Parbat. Ai problemi avuti da tutti per l’assenza di comunicazioni radio o di altro tipo. Penso alla tragedia del K2, dove riunioni confuse al campo base hanno portato ad una disorganizzazione estrema nella salita. In tutte queste spedizioni non c’era nessuno che osservasse la situazione da fuori – sottolinea Gallo -. Nessuno che valutasse con freddezza, suggerire cosa fare. Nessuno in grado di ricevere una comunicazione od organizzare altri in caso di bisogno. Succedono incidenti che nessuno poi riesce a gestire”.

“Per questo motivo vorrei che si rivalutasse la figura del capo spedizione – dice Gallo -. E intendo qualcuno che non fa l’alpinista in quel momento, perché se sei coinvolto in prima persona nella salita, sei troppo preso da te stesso per valutare con obiettività le situazioni degli altri. E’ una figura importante, che stiamo perdendo e che manca".

“Oggi c’è questo tentativo dei giovani di tornare al puro stile alpino – prosegue poi Gallo -. E’ una cosa bellissima, ma rischiosa. Non è per tutti, come diceva Nicolò Berzi in un articolo pubblicato dopo la morte di Zavka, e una cima non è mai una ragione valida per morire. Ci furono molte polemiche, ma secondo me aveva ragione. Gli eroi dello stile alpino si chiamavano McIntyre e Scott, e che loro avevano spesso Chris Bonington al campo base, con un’impostazione militare. Stiamo parlando di eccellenza e anche per loro sono mancati Boardman e Tasker, ma erano anche altri tempi e chi si avvicinava a vie nuove in himalaya era già un grandissimo alpinista”.

“Non posso nemmeno dire che siano tutti giovinastri allo sbaraglio – prosegue Gallo -. Piantoni, per esempio, era molto forte. In generale, però, sarebbe forse il caso che i giovani non bruciassero troppo le tappe, come tendono a fare anche nella vita. Anche io sono passato per solitarie e sci ripido senza parlare di quello che stavo cercando per oltre 10 anni senza famiglia. E’ vero, quando arrivavo in fondo mi sentivo fortissimo e pieno di gioia ma dovevo poi ricacciarmi in altre storie ancora più difficili per essere contento. Poi ho capito che in realtà ero una specie di disadattato cercando il senso della vita giocando con la morte. E’ che era meglio darci un taglio e pensare ad un mondo diverso. Fare i fenomeni è una cazzata".

“Dette dal vecchio, queste cose fanno sempre ridere – riprende Gallo -. Io per primo non sopporto questi grandi che pensano di poter dire tutto a tutti come se l’alpinismo l’avessero inventato loro. Al contrario. Io sono convinto che i giovani debbano portare avanti la loro strada e che siano anche più forti dei vecchi. Però vorrei che prendessero in esame quest’idea di avere qualcuno al campo base. Qualcuno di cui ascoltare le opinioni qualcuno di cui fidarsi. Ho paura quando sento gente che alla vigilia della partenza dice: non so cosa faremo, boh, vedremo là, andiamo all’avventura”.

“Ripeto, non voglio dire che i giovani sbaglino sempre – precisa Gallo -. Ma dico loro: pensateci un attimo prima di partire. Bisognerebbe imparare dai grandi alpinisti guardando alle decine di spedizioni che hanno alle spalle, da chi ha fatto vedere che è in grado di rinunciare e sa quando farlo, da chi ha dimostrato di mettere la vita al di sopra di tutto. Non pretendere di essere subito come loro”.

Sara Sottocornola
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