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Alpinismo

Da Polenza: la sicurezza non è posta in gioco

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BERGAMO — Sabato ho avuto occasione di partecipare a un incontro per celebrare i cento Anni del Cai di Treviso. Mi è stato chiesto di ricordare Giuliano De Marchi. L’ho fatto con un groppo alla gola. Sarà che sto invecchiando e mi commuovo quando penso agli amici che ho lasciato in montagna. Morti di montagna, morti in montagna, morti per la loro passione per la montagna. Ai tuoi nomi, cara Sara, potrei aggingerne decine d’altri.

Carlo Nembrini, Renato Casarotto, Lorenzo Mazzoleni, Joe Tasker, Wanda Rutkiewicz, Julie Tullis, Jerzy Jerzy Kukuczka, Lillian e Maurice Barrard, Alan Rouse, Gianni Calcagno, Battistino Bonali, Tullio Vidoni, Benoit Chamoux, Stefano Zavka, Pierangelo Maurizio, Inaki Ochoa, Karl Unterkircher… Una guerra. Ma possiamo pensare all’alpinismo come a una guerra che produce morti e dolore nelle famiglie, nella società?

Quale delirio di onnipotenza ci consente di dire che i morti d’alpinismo sono giustificati e giustificabili, mentre quelli di altri sport sembrano essere, almeno agli occhi dell’opinione pubblica, assolutamente inaccettabili? Quale barbarie ci permette di considerare la vita come possibile e talvolta probabile pegno del gioco? Perchè l’alpinismo è un gioco, non è vero? Uno splendido gioco! Carico di emozioni, spettacolare, pieno di sapere e tecnica, di fatica e di adrenalina, di poesia, fede, coraggio, che si svolge nell’ambiente più emozionante e variegato della natura.

Ma non è la libertà, o la patria, o la famiglia, o la vita, perfino il lavoro, per i quali si può anche perdere la vita stessa. E’ uno sport, uno splendido e coinvolgente gioco, e dunque la regola è quella della massima tutela dell’incolumità fisica e pichica di chi lo pratica. Altrimenti perchè lavorare sui materiali, sull’innovazione tecnologica? C’è come una contraddizione, tra l’aumento della qualità delle attrezzature e un "peggioramento" delle scelte personali riguardo al rischio.

Ma la sicurezza non può essere messa in discussione. Non è una posta in gioco, sarebbe una follia. Correre una gara di moto senza il casco non è più intelligente. La regola è che il rischio va assunto con cognizione di causa, avendo gli strumenti fisici, le conoscenze e le attrezzature necessarie per abbattere il più possibile la sua incidenza.

In montagna è particolarmente difficile trovare il giusto equilibrio tra qualità della prestazione, pericolo e necessità di affrontarlo. In questo mondo di regole non scritte, spesso si smarrisce la strada. Ma è uno sforzo che dobbiamo fare anche a costo di rinunciare a un pizzico della nostra, forse solo presunta in questi casi, libertà.

Agostino Da Polenza
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