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Esteri

Everest, ragazzo muore al campo base

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LHASA, Tibet — Aveva vent’anni, Morgan Boisson. Era un ragazzone corpulento e alto quasi due metri. E’ morto vicino al campo base dell’Everest per un attacco di mal di montagna acuto, dopo un viaggio in autobus che aveva portato lui e i suoi compagni – in meno di due giorni – dai 3.500 metri di Lhasa ai 5.400 metri del campo base.

Ha dell’incredibile la tragica vicenda accaduta un paio di settimane fa in Tibet. Boisson, studente di Scienze Orientali della University of Arizona, si trovava in Cina per un semestre di studi all’estero e con 13 compagni aveva organizzato una gita al campo base dell’Everest.

Secondo quanto riferito dalla madre Elisabeth alla stampa, il gruppo di ragazzi è arrivato in aereo a Lhasa, ha ottenuto i visti speciali per studenti e con l’autobus ha cominciato subito la salita sull’altopiano tibetano.

"In meno di due giorni- ha detto la madre all’Arizona Daily Wildcat -, sono saliti di duemila metri, da Lhasa al campo base, che si trova a 5.400 metri". Un dislivello assurdo, se si considera che i medici raccomandano di non affrontare più di 400 metri di dislivello al giorno sopra i tremila metri e comunque di intervallare la salita con dei giorni di riposo per dare al corpo il tempo di abituarsi alla quota.

Il fisico del giovane Boisson non ha retto. I compagni hanno raccontato che la sera prima, era andato a dormire prestissimo e senza toccare la cena. Durante la notte, lo hanno visto vagare disorientato, chiamando le persone con nomi sbagliati, prima di crollare addormentato.

Solo la mattina dopo si sono allarmati. Quando sono andati a svegliarlo. Lui respirava a fatica, aveva schiuma alla bocca e non rispondeva. A quel punto, i ragazzi hanno riconosciuto i sintomi del mal di montagna e lo hanno subito caricato sul bus, per portarlo ad una quota inferiore. Ma sull’altopiano tibetano, per scendere di quota, ci vogliono diverse ore di viaggio e il soccorso in elicottero, in Cina, è vietato.

Boisson ha avuto un arresto cardiaco durante il viaggio. "I suoi amici hanno tentato di rianiamarlo – ha detto la madre alla stampa – ma era già troppo tardi. Hanno fatto il possibile. Uno di loro, prima che morisse, ha fatto il mio numero con il telefonino e glielo ha avvicinato all’orecchio. Gli ho parlato, per l’ultima volta, ma non so se mi ha sentito".

Sara Sottocornola

Info courtesy Arizona Daily Wildcat
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