• Il primo sito italiano sul mondo della montagna e dell'alpinismo
Cronaca, Primo Piano

Fermata mamma con due bimbe alla Tête Rousse

Con Stefania e Ash, uno splendido bracco italiano, i miei compagni di gite estive a Chamonix, alle 13,20 di ieri ero alla Tête Rousse, il rifugio che a 3.167 m apre le porte per la salita al Mont Bianco. C’era un grossa lenticolare sul Bianco, ma il tempo era splendido nel resto del cielo, anche se il vento era freddo e a momenti  intenso. Per arrivare lí abbiamo impiegato due ore e mezza dal Nid d’Aigle, dove arriva il trenino che parte da Saint Gervais.

La faccio breve. Alle 15,30 abbiamo iniziato la discesa dal rifugio. Il percorso non è difficile, ma su terreno roccioso e in alcuni punti esposto, tanto da richiedere un cavo corrimano di sicurezza; basta un inciampo, un piede mal messo per perdere l’eqilibrio e precipitare senza scampo in più punti.

Dopo aver attraversato il piccolo, sempre più piccolo, ghiacciaio che separa il sentiero dal rifugio, forse 200 metri quasi pianeggianti, si incontra la postazione, una casetta in legno, dove  Tsering Phinso Sherpa, un nepalese, accoglie le persone che giungono in salita fino a lì e chiede loro notizie sulla loro destinazione, sulla prenotazione dei rifugi Tête Rousse o Gouter, che si trova a 3835 m ed è l’ultimo prima di iniziare a lunga cresta che porta sulla vetta del Bianco; molti sono anche gli alpinisti con la tenda che debbono però fermarsi alla Tête Rousse, unico posto dove campeggiare è consentito.

Conosco Tsering da qualche anno e ieri ci siamo incontrati al mio arrivo al rifugio. Abbiamo parlato del Nepal e poi lui è tornato al suo lavoro. Andandomene ripasso da lui a salutarlo, conosce Ash e con Stefania si scambia qualche notizia sulla valle del Khumbu. “Ciao, namastè” … e dopo pochi metri, mentre il sentiero si fa ripido, compare una signora con una piccola bimba bionda tenuta per mano, un’altra bimba subito dietro, un cagnolino piuttosto rabbioso tra i piedi. La signora è decisamente fuori luogo e contesto per come si muove, per come è vestita e per come, soprattutto, precariamente gestisce  le bimbe.

Ci chiediamo che ci faccia lì, dove pensa di andare a quell’ora con due bimbi… intanto le tre sono andate avanti di quei pochi passi per arrivare in sicurezza alla postazione di Tsering, che si deve esserre fatto le nostre stesse domande nostre, che deve aver posto anche alla signora, la quale, non sapendo rispondere e non avendo nessuna prenotazione al rifugio, non poteva certo dormire fuori e di certo scendere in tempo e insicurezza per prendere l’ultimo trenino delle 18,30. A quel punto Tsering e i rifugisti hanno chiamato la Gendarmeria de Houte Montagne,ed informato il Sindaco di San Gervais. Sì, lo stesso  che nei giorni scorsi ha fatto un’ordinanza, richiamando sanzioni e codice penale, per obbligare gli alpinisti e non che vogliono salire sul Bianco ad attrezzarsi adeguatamente fornendo un elenco di attrezzature e abbigliamento, che qualche dubbio l’ha lasciato. Diciamo che l’intenzione era buona, ma il metodo ha lasciato molti perplessi. 

E’ però vero che mentre scendevamo verso il nostro trenino, con Stefy ci siamo detti, leggendo l’ordinanza affissa in ogni dove, che è l’incoscienza di persone come questa madre, o dei genitori che un paio di settimane fa volevano portare due bimbi di 9 anni sulla vetta del Monte Bianco, a provocare e giustificare reazioni  come quella del sindaco Peillex.

Contrariamente però a ciò che riporta la stampa francese e quella italiana, avendo vissuto il fatto e conoscendo il contesto, i controlli esercitati all’arrivo alla Tête Rousse ci sono da anni e riguardano principalmente gli alpinisti che poi saliranno sul Monte Bianco. Ma se si vuol impedire che persone poco attrezzate, non adeguatamente preparate e prive di prenotazione, percorrano sentieri impegnativi e pericolosi per se stesse e soprattutto per i minori che si portano appresso, allora i controlli vanno fatti molto più in basso. Magari fornendo un servizio di informazione ed eventuale dissuasione all’arrivo del treno o poco più sopra. Educando e poi semmai imponendo.

Vista la quantità di persone trasportate lassù, riempiendo i trenini in ogni postazione seduta e in piedi, credo che il costo del servizio di prevenzione possa essere facilmente recuperato.  

Articolo precedenteArticolo successivo

1 Comment

  1. Considerazioni ineccepibili, soprattutto il fatto che bisogni educare anziché imporre. Altrimenti, per esempio, bisognerebbe mettere uno Tsering anche sotto la cresta Segantini a fermare quelli che la fanno slegati e in scarpe da ginnastica. Io resto dell’idea che non bisognerebbe mai limitare la libertà in montagna (c’è poi ovviamente il discorso degli eventuali soccorsi se ci si mette nei guai, ma la discussione si farebbe lunga).

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *