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Daniele Nardi Storytelling: Focchi, Sanguineti e Cavalli puntano le cime vicino al Linksar

Testo a cura di Michele Focchi, Foto Daniele Nardi

Mentre io rimanevo al campo base a riposo a causa di una fastidiosa ferita al malleolo che avrebbe potuto inficiare la possibilità di indossare gli scarponi, Marcello e Gianluca avevano iniziato a trasferire materiale alla base della parete sud-est del Link Sar. L’idea era quella di scalare la vetta (7000m) per la parete sud-est o, in alternativa, l’anticima accanto che raggiunge un’altezza di 6500m.
 
Di fianco al nostro campo base c’è quello di una spedizione di americani, coordinata da un alpinista (esperto di Pakistan) chiamato Steve Swenson. Steve è un ingegnere in pensione ed aveva
Già esplorato quest’area nel 2001, prima che l’accesso venisse interdetto per ragioni militari di contesa con l’India.
Steve ci invita a prendere il caffè nelle loro tende. Scopriamo che anche loro stanno puntando alla vetta del Link Sar dalla parete sud-est e che hanno già approntato un campo avanzato a 5700m. Stanno aspettando una finestra di bel tempo sufficientemente lunga per tentare la vetta.
Nella tenda con Steve ci sono anche Chris (guida alpina), Graham Zimmermann (alpinista e cineoperatore) insieme al loro ufficiale di collegamento pakistano, che lavora per i servizi speciali e si dice sia molto rispettato da tutti.
Graham ci racconta: “Per trovare la strada tra i seracchi del ghiacciaio e arrivare al campo avanzato abbiamo impiegato due settimane!”. Questa notizia ci fa riflettere. Da queste parti l’accesso alle pareti è molto più complesso di quello che sembra. Ecco un altro motivo per il quale non sono ancora state salite, oltre alle difficoltà di ottenere i permessi di accesso dai militari. “Il tempo a nostra disposizione è ridotto: gli americani sono qui già da tre settimane, noi siamo appena arrivati!” osserva Marcello con un realismo che ci trova concordi.  Si potrebbe allora puntare alla vetta a sinistra, ancora vergine. Ne parliamo con gli americani. “Per dove volete passare? Per raggiungerla dovete attraversare un’area dove nelle ultime due settimane abbiamo notato crolli di seracchi” continua Graham. Rimaniamo un po’ interdetti. Steve ci fornisce un’informazione preziosa: “Dal nostro campo alto abbiamo scattato foto del massiccio subito a sinistra, sembrano esserci possibilità molto interessanti. Dovrebbero essere fra i 6000 e i 6500”. “Perfetto, non c’è bisogno neanche del permesso!” osserviamo.  Infatti per la scalata di una cima sopra i 6500m bisogna pagare un salato permesso al governo pakistano. Meditiamo insieme sul suggerimento di Steve e ci sembra una cosa ragionevole.
 
Detto fatto: il giorno successivo torniamo a recuperare il materiale già trasportato nel canalone di accesso alla parete del Link Sar, per poi trasferirlo e allestire un campo alto accanto ai nostri nuovi obiettivi.

Ero rimasto d’accordo con gli americani di andare a fare un po’ di “bouldering” su alcuni massi vicino al campo base.  Arrivati in prossimità di un masso Chris mi invita a scalarlo: “Ecco, questo è il nostro progetto!”, metto le mie scarpette e mi cimento. “Finalmente un po’ di scalata! Adoro il granito!”. Chris è stato molte volte a scalare a Chamonix e in Dolomiti, e ci scambiamo impressioni su salite e suggerimenti. Graham, sapendo che a breve devo andare a Vancouver per una conferenza, mi suggerisce alcune vie interessanti a Squamish, noto Eldorado dell’arrampicata canadese. Come vecchi amici torniamo a sera al campo base.
 
L’indomani Marcello, Gianluca ed io prepariamo il materiale da trasportare al di là del ghiacciaio fossile alla base del gruppo montuoso che abbiamo come nuovo obiettivo. È il compleanno di Gianluca e ci dicono che in serata, quando saremmo tornati, i cuochi avrebbero organizzato una sorpresa! Partiamo stracarichi, con 22kg di zaino a testa: chiodi, martello, piccozze, ramponi, scarpette, corde, sacchi a pelo, teli da bivacco, piumini, maglie termiche e tanti altri necessari dettagli che ben presto riempiono gli zaini fino a scoppiare. Arranchiamo lungo il ghiacciaio morenico, allestendo “ometti” di pietra su massi erratici per ricordarci al ritorno dove passare. “Ma cosa fai! Mettilo più in alto quell’ometto! Bisogna poterlo traguardare da 200 metri!” mi rimprovera Gianluca. Dopo quasi 3 ore siamo all’altro lato. Vi sono due possibilità per salire: il letto di un torrente che scende sulla sinistra e ci porterebbe direttamente al ghiacciaio e un infido canalone semi verticale di roccia franabile sulla destra. Dopo una breve occhiata ci rendiamo conto che il torrente termina con una cascata ai cui lati ci sono lisce placche inscalabili.
 
Iniziamo dunque a risalire faticosamente il canalone. fino ad arrivare dall’altro lato. Ben presto il canalone è interrotto da enormi massi strapiombanti, che dobbiamo aggirare scalando ai lati. Attrezziamo corde fisse per agevolare la salita (e la futura discesa). Infine ci ritroviamo a dover attraversare un fitto boschetto di arbusti spinosi: “Ma che peccati ho commesso che devo subire un supplizio così?” sbotto esasperato. Finalmente siamo fuori dal canalone e iniziamo a traversare a sinistra per ritornare verso la valle intagliata dal torrente. Attraversiamo enormi pratoni erbosi quasi verticali fino a che, superando l’ennesimo calanco, scendiamo al torrente. “Abbiamo quasi finito l’acqua” osservo. “Sono 8 ore che camminiamo e abbiamo fatto solo 400 metri di dislivello, non ha senso tornare indietro stasera! Io dormirei qui e cercherei di portare il materiale più in alto domani”, osserva Marcello. Concordiamo tutti. “Questa pietra che fa una specie di grottino sul fiume fa al caso nostro” osservo. Inizia a piovigginare e dopo aver spianato un giaciglio dove dormire sulle pietre ci accoccoliamo per aspettare il giorno dopo. “Cosa vi è rimasto da mangiare?” chiede Marcello. “Io ho due barrette”, “Io 3 pastiglie di Enervit e due bustine di sali minerali”. Siamo consci che non avremo altro da mangiare fino all’indomani sera! Mi stupisce come in tutto quel tempo quella meravigliosa macchina che è il nostro organismo ci abbia fatto resistere ai morsi della fame. “Dovremo avvisare in qualche modo gli altri al campo base, che non torniamo stasera, non abbiamo preso neanche le radioline” dico. Gianluca propone “Adesso che è buio accendi la frontale e fai dei segnali di luce”.

Il posto dove dormiamo non è perfettamente “piano” e lentamente Gianluca e Marcello nel sonno scivolano verso di me sotto l’effetto della gravità. “Ragazzi mi state spingendo verso il precipizio! Almeno datemi qualcosa a cui legarmi!”, ma Marcello russa e bofonchia qualcosa con voce dall’oltretomba, senza capire il mio problema. Anche Gianluca dorme della grossa…
 
La mattina ripartiamo ‪alle 6‬. L’altezza inizia a farsi sentire e lo zaino sembra sempre più pesante. Arrivati al ghiacciaio lo costeggiamo sulla destra seguendo la morena pietrosa fino al punto in cui
siamo costretti a metterci i ramponi. “Ragazzi io a causa della ferita al malleolo ho solo le scarpe da trekking, come faccio a montare i ramponi? Non avevamo programmato arrivare fino a qui!”. Taglio alcuni cordini e fisso i ramponi alla meglio sperando che il terreno non sia troppo difficile. Il ghiaccio è orrendamente crepacciato. Scure voragini si aprono di fronte a noi come labbra blu pronte a inghiottirci. Siamo costretti ad aggirarle a zig-zag per proseguire. Finalmente il ghiacciaio si spiana. Io sono preoccupato: “Ragazzi, ma fin dove volete arrivare? dobbiamo anche tornare giù! Io non ce la faccio più! Sono al limite!! Poi le previsioni hanno detto che stanotte verrà il brutto tempo!”. Cerco, in extremis, di fare leva sul loro buon senso, senza grandi risultati. “Eh, capirai, a scendere ci metteremo 5 ore” minimizza Gianluca, “Poi quando uno dice che è al limite, in realtà vuol dire che ha ancora il 40% di risorse”. Io centellino con parsimonia le ultime pastiglie di Enervit e faccio delle lunghe pause per respirare. Siamo quasi a 4400m. Finalmente arriviamo al nevaio (a 4700m) sopra il ghiacciaio e creiamo un deposito per il materiale tra le pietre circostanti, svuotando gli zaini. Insacchiamo tutto in un telo di goretex che copriamo con pietre per evitare che la tempesta se lo porti via. Nascondiamo la ferraglia sotto un pietrone (tanto anche se si bagna non succede niente…).
 
Tutt’intorno contempliamo una vera e propria selva di pareti di roccia e ghiaccio, capaci di soddisfare gli appetiti famelici di varie spedizioni… Siamo i primi a mettere i piedi in questo circo glaciale, e ne siamo entusiasti. Questo sì che è alpinismo esplorativo! Nessuna parete ha l’aspetto banale, anzi, sembrano opporre tutte serie difficoltà… Vedremo se ci riuscirà di trovare una via scalabile, quanto torneremo al campo alto, dopo aver studiato in dettaglio la documentazione fotografica.

Sono le ‪12:30‬. “Ok allora scendiamo!”. Camminare senza zaino mi sembra come per uno che non beve da un giorno farsi una coca-cola gelata. Nello scendere, siamo molto più veloci e cerchiamo di non rimettere i ramponi. Usiamo due piccozze a turno, per aiutarci nei passaggi più difficili. Io sono l’ultimo a scendere e chiedo a Marcello, che si trova qualche metro più sotto, di lanciarmi la piccozza. Non riesco ad afferrarla e vedo che finisce inesorabilmente in un crepaccio. “Nooooo, mi sembra di intravederla, 10 metri dentro il crepaccio”. Segniamo il buco con un ometto per cercare di recuperarla quando torniamo con il resto del materiale.
Il resto della discesa prosegue senza intoppi fino al ghiacciaio dove troviamo Tom ad aspettarci. “Ehi! Is everything all right?” ha un paio di barrette al miele, che divoriamo famelici. “We were worried for you, guys!”. Tornati al campo base erano tutti solleciti nel rifocillarci. “Eravamo preoccupati, avete tardato 24 ore” dice Daniele. “…E poi vi siete persi la festa di compleanno di Gianluca, abbiamo danzato e mangiato la torta, gli americani avevano portato anche una bottiglia di cognac!” sorride. “Pazienza, vorrà dire che ne organizzeremo un’altra…!

 

 

 

 

 

 

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