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31 luglio 1983: pesci gatto d’alta quota. 31 luglio sul K2

Agostino Da Polenza in vetta al K2, 1983.

Durbin Jangal è una piccola oasi con arbusti, erba verde ed un’abbondante sorgente d’acqua cristallina; nelle pozze d’acqua ferma pescavamo minuscoli pesci gatto che il cuoco cinese cucinava a dovere.

A Durbin con Mario Lacedelli, Rolando Menardi e Pierangelo Zanga trascorsi una decina di giorni della prima metà di luglio del 1983. Sole, acqua pulita, cibo e riposo. Fu totalmente ritemprante e quando, con l’approssimarsi di una perturbazione, risalimmo verso campo base del K2 nord, ci sentivamo forti.

Al Base c’era Cecco e buona parte degli alpinisti che nei giorni precedenti avevano attrezzato la via verso campo 2. Noi quattro partimmo di lì a poco e ce ne andammo a campo 1 in una dura e fredda giornata che ci fece rimpiangere il caldo sole del “campo casa”. Mario e Rolando mangiarono delle porcherie gelate, che il loro stomaco si rifiutò di digerire e si persero l’occasione di tentare di provare la cima.

Ci raggiunsero Josef Rakoncaj e Marco Preti, che presero il posto dei due ampezzani, e pian piano ce ne andammo prima a campo 2, poi al 3, attorno ai 7300 m.

Persi ore a superare l’uscita di un canalino pieno di neve e montammo le tendine su uno spiazzo credo attorno ai 7800. Il giorno dopo raggiungemmo la piccola piattaforma di campo 4, attorno agli 8000 m. Marco ebbe problemi di quota e non stava bene, Pierangelo si offrì di riaccompagnarlo giù. Avrebbero incontrato gli altri che probabilmente erano a campo 2.

Nel pomeriggio con Josef feci una ricognizione verso il ghiacciaio pensile il cui accesso, sul fianco roccioso, si presentò un po’ ostico e pericoloso. Lasciammo sul posto un cordino da 30 m.

Il mattino successivo il cielo era assolutamente sereno fino al curvo orizzonte. Ci preparammo e risalimmo il cordino e ci portammo al centro del catino glacciale della parte terminale della parete nord del K2. Eravamo slegati, Josef aveva problemi di stomaco, ma alla fine ce ne andammo in su per quegli ultimi 500 m di ghiacciaio piuttosto ripidi. In prossimità della parte alta, sotto le rocce terminali, la neve si fece alta, sempre più soffice e inconsistente. Puntai al solido granito e ci persi qualche ora. Alle nostre spalle il sole incominciava a declinare verso l’orizzonte. Sulle rocce fissai i 30 m di cordino da 6 mm e ricominciai a salire, sempre seguito da Josef.

Avevo la gola bruciata, secca ed incapace di produrre qualsiasi elemento umido. Dolorosa. Una lastra di roccia esposta in pieno al sole aveva una ruga centrale dove scorrevano goccie d’acqua da fusione. Incredibile a quella quota. 

Finirono le rocce e la neve si fece dura, la pendenza minore, poi divenne una gobba e infine fui in vetta. Josef non si vedeva ancora, gli andai incontro per qualche decina di metri. Finalmente anche lui era con me per guardare dall’altra parte e per vedere il sole pericolosamente vicino alla linea dell’orizzonte.

Eravamo senza tenda, senza sacco a pelo, senza pantaloni in piuma… eravamo nella m… senza rendercene troppo conto, almeno io. Ma il K2 fu molto gentile con noi, nonostante la nostra stupidità ed ostinazione. Non c’era vento e le temperature, per quanto rigide, erano sopportabili fin a quel momento. Ma dopo? Io scelsi di bivaccare a ridosso di una roccia, fronte al sole che tramontava. Josef si scavò una truna.

Ricordo una notte fredda e non facile, dedicata al massaggio dei piedi. Ricordo Josef che ogni tanto mi raggiungeva. Durante una di queste sue peregrinazioni sentii un oggetto precipitare verso il basso: era la scarpetta interna del mio scarpone. Al mattino sostituii la scapetta con il cappuccio del piumino e con le bandiere della vetta.

Il tempo si mantenne bello e clemente e tornammo con qualche ansia al campo 4. Il giorno dopo eravamo al base e da lì scendemmo in poche ore a Durbin Jangal e ricominciammo a pescare i pesci gatto.

Ecco come passammo Josef ed io quel 31 luglio del 1983. 

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