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GII Nord: 10 anni da una delle più belle imprese alpinistiche moderne

20 luglio 2007, una data da segnare e cerchiare in rosso sul calendario, una data ha fatto la storia dell’alpinismo moderno. Quel giorno, infatti, Karl Unterkircher, Daniele Bernasconi e Michele Compagnoni, che si fermerà qualche centinaio di metri sotto la vetta, risolvevano quello che potremmo definire uno degli ultimi grossi problemi esplorativi ed alpinistici sugli 8000: la parete nord del Gasherbrum II.

Una via, al centro del versante inesplorato della montagna, bella e selvaggia quanto difficile: 3000 metri di dislivello, di cui 900, nella parte inferiore, rappresentati dal gran pilastro di roccia nera che porta a un plateau di neve, a circa 6000 metri. Da lì 2000 metri di parete di ghiaccio conducono alla vetta su un filo di lama.

“Era stato il sogno di Kurt e mio quando nel 1983 eravamo tornati a casa dopo il successo sul K2 nord – racconta Agostino Da Polenza -. Ci eravamo promessi che saremmo tornati un giorno in quelle valli così selvagge e in quella di Shaksgam in particolare per tentare di salire i due versanti inviolati del Gasherbrum 1 e 2. Un sogno nel cassetto rinviato di anno in anno fin quando l’ho affidato a Karl, Daniele e Michele trovando le risorse e il permesso. Una scelta perfetta: lo spirito e la linearità tecnica con la quale i tre affrontarono quel versante mai salito e la linea centrale della montagna mi fece sentire meno triste nel non essere almeno al campo base. Tecnica ed estetica insieme. Ieri Berny mi ha scritto ringraziandomi dell’opportunità concessa, ma sono io che ringrazio lui, Karl, che ci sente dal Nanga Parbat dov’è rimasto, e Michele. Una splendida salita, su una bellissima montagna, in un territorio tra i più selvaggi della terra”.

“È stata un’esperienza lunga e complicata, in cui si sono alternate tante emozioni: gioia, preoccupazione, fatica” le prime parole di Daniele Bernasconi nel lontano 2007, oggi, a 10 anni da quell’impresa, lo abbiamo risentito per chiedergli cosa gli rimane di quella storica salita.

“I ricordi, anche se iniziano ad affievolirsi, ce ne sono ancora tanti, soprattutto riguardanti le persone che hanno fatto parte di quell’avventura, ma anche della salita, dei giorni prima e quelli dopo”.

Quale è quello che ti emoziona di più oggi?

“Il mio pensiero va ovviamente a Karl, che non c’è più. Il pensare di aver fatto qualcosa di simile con due persone, Michele e Karl, e che uno di loro non c’è più”

Se ti chiedo ricordare un episodio di quella spedizione, cosa ti viene in mente invece?

“Un aneddoto bellissimo è quando dopo la vetta, stavamo arrivando al campo base, dalla parte pakistana, e ci sono venuti incontro i due “Marioni”, Mario Panzeri e Mario Merelli, che erano lì a fare il GI. Eravamo in mezzo al ghiacciaio da quattro giorni, mi ricordo che ci portarono una bottiglia di pepsi cola, che in quel momento sembrava chissà cosa”

Quali sono stati i momenti più difficili che ancora oggi ti sono rimasti?

“Il momento più duro è stato certamente quando per un paio di ore non abbiamo avuto più contatti con Michele, non riuscivamo a sentirlo per radio, satellitare o a vederlo. Emotivamente è stata la parte più difficile: la salita viene bene quando si parte tutti insieme e si torna tutti assieme”

Cosa aveva quella linea di speciale?

“La via era già stata ipotizzata da altri, perché è una di quelle linee praticamente perfette, sono talmente belle ed evidenti che sono lì solo da scalare. Era abbastanza ambita. Quell’anno noi siamo stati abbastanza bravi da salirla, ma anche fortunati nel trovare il bel tempo; mi ricordo che il giorno in cui siamo arrivati in cima sul GII, sul K2, che è lì vicino, si è scatenata la bufera; da noi era tutto sommato tranquillo. Ci eravamo comunque tenuti aperte due opzioni per la discesa: dalla via di salita o di scendere, come abbiamo fatto, dalla parta pakistana, da dove viene su la normale, e per quello ci siamo portati dietro i passaporti”

Non dimentichiamo inoltre che siete saliti in stile molto leggero…

“Sul primo sperone, che è come se fosse una montagna davanti alla montagna, abbiamo messo qualche corda fissa, ma poi sulla montagna vera e propria siamo saliti solo con una corda, da quel punto è stato stile alpino”

Sei d’accordo nel definire la vostra salita una delle più belle imprese alpinistiche moderne?

“È stata una bella realizzazione ed anche ambita. L’anno scorso ho avuto il piacere di conoscere a Kathmandu Ueli Steck, lui l’aveva provata l’anno prima di noi, e mi ricordo che ne parlava ancora stupito. Ma negli ultimi anni altre cose belle sono state fatte, basta pensare alla Cresta Mazeno sul Nanga Parbat. La salite come quella che abbiamo fatto non sono come le altre: è un alpinismo che ha anche i suoi pericoli e questo implica che bisogna saper rinunciare con una certa frequenza. La percentuale di successo è molto bassa”

È possibile oggi fare ancora dell’alpinismo esplorativo, come il vostro, sugli 8000?

“Nella valle di Shaksgam c’è ancora qualcosa da fare: la nord del Broad Peak, il lato indiano del Kanchenjunga… sì, ci sono ancora un po’ di salite particolari da fare. Servono però la voglia, il tempo e le risorse”.

 

 

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2 Comments

  1. Karl si pentì delle corde fisse che non furono qualche come si dice qui ma quasi un km. Le corde fisse o te le porti o non te le porti. Nardi e Ballard se le portano dietro ora? Steck se le è mai portate? House? Karl comunque avrebbe fatto meraviglie era il più forte italiano in quota

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