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Alpinismo, Primo Piano

Prima salita tutta italiana al Jinnah Peak in Pakistan

Di vette inviolate e cime che mai hanno conosciuto la mano umana in genere si parla poco. Eppure il nord del Pakistan conserva aree poco frequentate e praticamente sconosciute dall’alpinismo internazionale. È il caso della cordigliera dell’Hindu Raj situata a metà strada tra l’Hindukush e il Karakórum, dove l’assenza di cime più alte di 7.000 metri ha allontanato le principali ambizioni alpinistiche. 

Le principali, ma non tutte. L’eccezione che conforma la regola è incaranata dagli italiani Tarcisio Bellò, Franz Rota Nodari e Mara Babolin che hanno realizzato l’altro giorno la prima salita a una cima di 6.177 metri, fino ad ora senza nome. L’hanno battezzata Jinnah Peak, in ricordo di Muhammad Ali Jinnah, primo presidente del Pakistan indipendente nel 1947.

Il terzetto italiano approfittando di una minima finestra di buon tempo di un giorno e mezzo, in 28 ore hanno realizzato la salita da campo base a campo base. I tre hanno scalato la parete sud est del Jinnah, dove hanno aperto la via Ghotolti Dreams, una via di 1.500 metri di dislivello con difficoltà di TD, 70º, IV.

Questa spedizione si inserisce nel progetto solidale Cristina Castanga, che da anni sta aiutando notevolemente lo sviluppo della gente di Gothulti (da cui il nome della via).

“La cosa più difficile è stata scendere – ha dichiarato Tarcisio Bellò intervistato da Desnivel–  abbiamo dovuto fare quaranta doppie calandoci su funghi di neve, spuntoni e chiodi fatti da me in casa”. Il Jinnah Peak era l’ultimo seimila mai salito sulla catena dellì Hindu Raj. La stessa cordata lo tentò nel 2014 ma la parete era in condizioni pessime.

Ha raccontato Tarcisio: “Siamo partiti da un canale. Dopo esser saliti per la via più sicura, siamo saliti slegati, poi in progressione protetta. A metà abbiamo incontrato alcune rocce e ghiaccio. Abbiamo deciso di lasciare gli zaini a una forcella, pensando che mancasse solo un’ora. Poi però abbiamo visto che la scalata necessitava più tempo e che era più pericolosa e difficile del previsto. Dovevamo mettere le viti da ghiaccio e ci abbiamo impiegato tre ore. Siamo arrivati quasi a notte fatta in cima. Abbiamo fatto  rapidamente alcune foto e abbiamo iniziato la discesa”.

Dopo otto doppie raggiungono gli zaini e poi con altre trentadue calate ripercorrono tutta la via. Racconta ancora Bellò: “Nella prima parte della discesa avevo un po’ di paura, perché ci trovavamo al freddo, con vento, di notte, senza luce… Dopo, quando abbiamo trovato lo zaino, siamo stati più tranquilli. Ci siamo calati su abalakov e chiodi, ne abbiamo lasciato venti sulla montagna”.

Alla fine è stata più pericolosa la discesa che la salita. Ha concluso così Bellò: “Sì. Ho abbastanza esperienza e so quello che faccio, ma sai sempre che qualcosa può cedere. Abbiamo fatto anche alcune soste su funghi di neve dura, con cordino e corda”.

Foto in alto: Jinnah Peak @ Tarcisio Bellò

 

 

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