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Alpinismo, Primo Piano

Il mio Everest: ad un passo dalla vetta

Testo e foto di Davide Chiesa, alpinista e scrittore, nato nella pianura piacentina, ma appassionato di montagna da sempre. Documentarista e film maker, appassionato di fotografia, amante dell’alpinismo classico sulle Alpi ed Appennini negli ultimi anni ha partecipato a varie spedizioni in Himalaya e nelle Ande (www.comunicamontagna.it)

Il leggendario Colle Sud a quasi 8000 metri di quota, qui sorge l’ultimo campo di tappa, il numero 4, verso la cima dell’Everest.

Guardo i miei due compagni negli occhi. Quelli di Breeze, l’indiano, sono chiusi. Alzo il mio pollice a chiedergli come va. È steso e indossa la maschera dell’ossigeno. Lingue diverse, ma bastano piccoli cenni per capirsi quando si sta assieme tutti i giorni da quasi due mesi. Breeze è dotato di una simpatia e senso dello humor splendidi ed ha tenuto su il gruppo nelle lunghe giornate di spedizione quando i momenti difficili (uno di quelli è per esempio cenare al Campo Base quando le temperature sono sotto lo zero) mettevano alla prova tutti. Al mio gesto risponde scrollando la testa, “così così”, ma conoscendolo significa che non sta bene.
Ci troviamo in tre ammassati e stretti in un piccolo tendino, al Colle Sud, con il vento che sferza violentemente il telo, al punto che devo tenere i piedi, che indossano i pesanti scarponi, tesi in alto contro la paleria della tenda piegata dal vento fortissimo di jet stream per evitare che la possa rompere: un inconveniente così potrebbe costare caro in una notte di bufera ad 8000 metri. Indosso la tuta d’alta quota, ci siamo stesi così come eravamo e gettati addosso il sacco piuma aperto. Le raffiche sono a singhiozzo, ma riesco a svolgere questo compito nonostante ho tolto la maschera dell’ossigeno, utilizzata da oggi dopo il campo 3: riesco a stare bene e respirare senza problemi, mi sento più libero e ne risparmio l’uso. Abbiamo solo 3 bombole a disposizione per salire in vetta e scendere, finite quelle si torna a casa, dovunque ti trovi, anzi, bisogna prevedere che finiscano quando sei già sotto gli 8000, altrimenti a casa non torni più!

Chiedo al secondo compagno, il giapponese Taro, di darmi il cambio a tenere con i piedi la paleria. I suoi occhi non li vedo perché indossa ancora la maschera da sci, sono le ore 18 ed il sole che sta per tramontare illumina di forte luce la nostra tenda.
Non mi risponde e si stende. Pensando mi rendo conto di dove siamo e di quanto è dura.
A volte il vento cessa improvvisamente e riesco a chiudere gli occhi e dormire (le ultime tre notti sono state insonni per la fatica e per la salita dal Base ai campi alti) ma vengo svegliato dalle raffiche. Ok non si dorme nemmeno stanotte, mi dico. Ho del pane secco e del formaggio grana, ne offro ma solo Taro risponde, Breeze non ha fame.
Finalmente ci troviamo quassù, a un passo dalla vetta, all’ultimo balzo, dopo 2 mesi di fatiche, gioie e dolori, infinita pazienza, speranze e delusioni, paure di non farcela e che la montagna ci respinga.
E in che condizioni ci troviamo? Arrivi nel momento decisivo nelle peggiori possibili, a causa della quota. Un alpinista himalayano è un “malato che cammina”.
Sono stanco, dimagrito, dovrò mettermi in cammino al buio, con un freddo pazzesco… andrà tutto bene?
Ma sono curioso, di conoscere fino alla fine questa bella montagna e di conoscere ancor di più me stesso, e raccontare…
Sono qui per questo.

 

I precedenti racconti: 

Il mio Everest: una premessa
Il mio Everest: Ueli
Il mio Everest: la magia del Nepal

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