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Invernale al K2 protagonista sul New York Times

Al New York Times il K2 piace e dedica alla prossima spedizione invernale, organizzata dalla Polonia, un super articolo a conferma che la sfida di fine 2017 sarà non solo una grande avventura alpinistica, ma anche un importante evento mediatico. Lo sa bene il 67enne Crzysztof Wielicki che guarda ancora il futuro con i suoi occhi azzurri e una competenza che nessuno al mondo può vantare. Lui, che oltre ad essere intelligente e uomo di spirito, è anche modesto e questo fa di Crzysztof il perfetto capo spedizione per il K2.

Photo @ Max Whittaker for The New York Times

Dal punto di vista della leadership siamo quindi tranquilli, ma anche i grandi alpinisti non mancheranno, preannunciati sono Adam Bielicki e il naturalizzato polacco Denis Urubko, due che di invernali e montagne dure in stagioni impossibili ne sanno veramente molto.

Lo scorso anno Wielicki ci aveva provato, ma era stato fermato dal budget insufficiente ed aveva rimandato così di un anno il tentativo di chiudere la partita con le prime invernali sugli 8000.

Certo, i luoghi comuni e pure statistici che fanno del K2 una montagna “letale” (per ogni 4 alpinisti che raggiungono la vetta uno muore) dilatano l’interesse, sempre un po’ morboso, del pubblico e quindi dei media. Ma la storia che il New York Times racconta in questo lungo articolo è di quelle che aprono un filone, una storia, ed è questa l’intenzione; non stupisce perciò che l’autorevole giornale americano cominci le danze dell’informazione globale su questa spedizione.

Spedizione “K2 60 anni dopo” – Foto archivio Montagna.tv

C’è anche una ragione storica dietro l’amore americano per il K2. Anche se la scoperta della via “normale” di accesso alla cima avvenne nel 1909 durante la spedizione guidata del Duca degli Abruzzi, dal quale prese il nome, il K2 prima di essere la montagna degli italiani è stata la montagna degli americani che la tentarono nel 1938 e nel 1939 arrivando ad un soffio dalla vetta con Fritz Wiessner. Nel ‘53 ci provo Charls Houston, ma anche questa spedizione, che arrivò oltre la “spalla” a 7400m, dovette rinunciare lasciando sul campo la vita di Art Gilkey, geologo e alpinista.

Nel ‘54 gli americani fecero fuoco e fiamme per poter tornare e ritentare il K2, ma il governo del Pakistan aveva già promesso il permesso agli italiani del Prof. Desio. Per gli “Yankees” il K2 è però rimasto nella mente e nel cuore, oltre che nel loro DNA alpinistico.

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1 Comment

  1. Se puo’ consolare, una montagna non e’ sempre quella, geologicamente e meteorologicamente cambia.Percio’ anche una ripetizione e’ in realta’ una prima.Non e’ il caso di sminuirsi e cercare a tutti i costi di differenziarsi dai predecessori e di buttarla sul competitivo.

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