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Tornano le frontiere in Himalaya

È un inquietante stillicidio quello del rifiuto del permesso di ingresso che la Cina sta infliggendo agli alpinisti, in particolare a coloro che che negli scorsi tre anni sono stati in Pakistan per salire delle montagne, dal Nanga Parbat al K2. 

Il visto pakistano sul passaporto fa scattare il rifiuto alla possibilità di mettere piede e salire montagne in territorio cinese. Quel che stupisce è che non è stato dato nessun preavviso, nessuno sa il perché ed a nessuno sono state date spiegazioni. In perfetto stile cinese è stato detto: No! E basta.

A Kilian Jornet, caso diverso, avevanorifiutato il visto per l’Everest in estate convertendolo poi in uno in primavera. Poi è toccato a Hervé Barmasse, diretto allo Shisha Pagma, che però ce l’ha fatta a entrare in Cina per una botta di fortuna (o abilità nel negoziare) giocando sulle date dei vari visti sul suo passaporto e quella di emanazione del presunto bando.
Oggi tocca a Bielecki, che essendo stato a Nanga in inverno nel 2016 è stato rimandato a casa. Invece che sul Cho Oyu, se ne andrà sulla totalmente nepalese Annapurna, tanto per non perdere la stagione.
Altri, in partenza per Cho Oyu, Everest versante nord e Shisha, sono a Kathmandu in attesa che le agenzie forniscano chiarimenti o alternative.

Una stretta abbastanza incomprensibile questa delle autorità cinesi non risultando tensioni particolari tra Cina e Pakistan, anzi: il gioioso procedere del corridoio economico Cino-Pakistano, una sorta di invasione economica cinese, che dal Passo del Kunjerab a nord attraversa tutto il Pakistan fino all’oceano Indiano, con un investimento di 46 miliardi di dollari in infrastrutture e ammodernamenti socio economici, fa pensare a un ottimo rapporto tra i due paesi confinanti. Mentre le ragioni di sicurezza, applicate agli alpinisti internazionali, se invocate sarebbero una beata idiozia. Forse le restrizioni riguardano più le agenzie turistiche e l’organizzazione cinese che sovraintende all’alpinismo che potrebbe avere le idee poco chiare oppure un progetto preciso: quello di tenere sotto controllo le loro montagne e di sfruttarle loro al meglio. L’alpinismo in Cina sta diventando un fenomeno importante e di grande immagine e visibilità, tanto che in questi anni i cinesi delle loro montagne hanno fatto un simbolo dell’indubbia potenza e, talvolta, della mai sopita prosopopea imperiale.

Forse, ma è come pretendere che “la montagna vada da Maometto”, sarebbe utile che le organizzazioni alpinistiche internazionali anziché declamare buone intenzioni a convegni di dubbia utilità per l’alpinismo, accompagnati da party e buona ospitalità, chiedessero ai loro soci cinesi che sta accadendo, magari facendo capire che l’alpinismo è uno sport. Certamente, a volte porta la gente in posti scomodi, ma vietarlo è un atteggiamento poco sportivo e anche poco civile.
Ci sono strumenti per negoziare con i Cinesi, con le loro agenzie, con i loro rappresentanti sportivi e governativi? 
Ho dei seri dubbi. Eppure bisognerebbe provarci. Certo è che il sogno delle “montagne libere” diventa sempre più lontano. 

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2 Comments

  1. Una brutta notizia, ma secondo me quando i cinesi vedranno che ci rimettono tutti i soldi dei permessi cambieranno idea. Oppure cercheranno di risolvere la cosa con un po’ di “mancette”. In fondo solo pochi Ottomila si salgono dalla Cina e le alternative Nepalesi o Pakistane certo non mancano

  2. almeno riacquisteranno il fascino del proibito.Proibitino. Per chi non le ambisce…si val sul nostrano Italiano…Europeo.

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