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Alpinismo, la libertà vale la vita?

Silvia Fabbi, giornalista dell’edizione altoatesina del Corriera della Sera, ripropone l’appello lanciato dalle pagine della Tageszeitung da Theresia Bortoluzzi, madre di tre figli lasciati orfani dal padre Karl Gruber, morto sotto una valanga il 28 aprile dello scorso anno, in Val Martello. “Vorrei chiedere ai tanti uomini che vanno in montagna a cosa servono le loro imprese, se poi non riescono a tornare a casa dai propri figli… Ho provato a fare il conto di quanti figli non possono più abbracciare il loro padre, ma non sono riuscita a venirne a capo. È devastante”. Giorgio Gajer, presidente del CNSAS dell’Alto Adige e persona di grande sensibilità umana, tenta di dare un senso al dolore profondo di questa donna ricorrendo all’esperienza vissuta di tanti, troppi amici morti sulle montagne e dei loro famigliari affranti: “Ho sempre trovato compostezza, fierezza e dignità”.

La questione dolorosa e scomoda, a dir poco, rimane tutta, anche se ricondotta all’imprescindibile libera scelta dei singoli di praticare, nel caso dell’alpinismo e dello scialpinismo, sport oggettivamente pericolosi.

Quante relazioni di splendide salite e imprese abbiamo letto, sulle Alpi, nelle Ande o in Himalaya, in cui l’ambizione e l’esaltazione, così come la soddisfazione totale, sono descritte con forza e lucidità. Irrinunciabili momenti di libertà assoluta, di adrenalina ed endorfine. La libertà di salire una montagna mettendo in conto anche di rischiare la propria vita sembra però, nelle parole dure di Theresia, assomigliare molto all’egoismo estremo e all’individualismo senza limiti. Il prezzo di questa libertà è stato pagato da moltissimi alpinisti con la morte nell’esercizio della propria passione e attività sportiva.

Il rovescio della medaglia, in termini di valori in campo, è la messa a disposizione da parte di molti di questi alpinisti della propria vita per altruismo estremo quando, facendo parte ad esempio del CNSAS, soccorrono altri in difficoltà. Una sorta di contrappasso e di espiazione per l’egoismo esercitato in proprio nell’individuale pratica alpinistica. C’è un mucchio di gente che rischia la vita per dovere, lavoro e generosità, molti portano una divisa, altri sono volontari. Chi scala le montagne lo faper piacere, per assaporare, godere e consolidare la propria libertà. Spesso un alpinista appartiene ad entrambe le categorie.

Dunque la domanda è: la libertà vale la vita?

Ancora una volta la risposta deve essere individuale o come suggerisce Messner: responsabile. Il re degli ottomila racconta alla giornalista di quante volte ha rischiato la vita nella sua lunga e formidabile carriera alpinistica e lo fa con qualche rammarico, confidando con il “senno di poi” che è convinto che: “finché un alpinista è solo può anche decidere a quali rischi esporsi”, ma se si ha alle spalle una famiglia, dice sempre Messner, tutto cambia, si ha una grande responsabilità che inevitabilmente riduce la libertà di rischiare. Bisogna comunque parlarne in famiglia, con mogli e figli per renderli consapevoli dei rischi e se possibile essere in grado, in caso di una disgrazia mortale, di lasciare loro una rendita certa e sufficiente. Una sorta di generoso indennizzo per la perdita. La qual cosa deve avvenire con il patrimonio personale, come Messner afferma con onestà per quanto lo riguarda, ma potrebbe avvenire anche costituendo un fondo di solidarietà, suggerisce sempre l’alpinista. Molto spesso privati ed enti pubblici danno una mano alle famiglie di chi muore in montagna: organizzazioni come il Soccorso Alpino hanno già per i propri iscritti fondi di questo genere. C’è anche la strada di convincere “tutti” a stipulare delle polizze. Il CAI sta facendo la sua parte: la tessera d’iscrizione dà acceso a un’assicurazione che copre la morte, l’infortunio e il ricovero. Il costo è contenuto nei 50/60 € di tesseramento e, anche se i risarcimenti non sono di grandi cifre, sono spesso utili e necessari. La polizza base prevede di rifondere 55.000 euro per la morte, 80.000 per l’invalidità permanente e 1.600 per cure. I professionisti, ad esempio le guide alpine, sono poi tutti assicurati, come i loro clienti.

Insomma, una minima rete di protezione dalla disperazione successiva alla devastante perdita affettiva, a cui si somma la totale mancanza di risorse economiche, esiste, anche se va certamente promossa e potenziata: di certo non riporta in vita nessuno, ma aiuta chi resta a continuare a vivere.

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5 Comments

  1. Caro Agostino, le tue parole sono di buonsenso sul piano delle garanzie economiche da migliorare, ma più di così non farei. Il tasso di morti per alpinismo non è diverso dal tasso di morti per incidente stradale. E poi, noi alpinisti non siamo in genere ottimi padri; se in più ci fosse vietato l’alpinismo per ragioni “famigliari” saremmo ancora peggiori. Anch’io penso spesso ai figli dei compagni che non sono più. Non ne conosco così da vicino da seguirli direttamente. E tuttavia, un po’ di sano fatalismo: non è detto che lasciare degli orfani – una volta garantita la sicurezza economica – sia per loro sempre uno svantaggio. In certi casi anche inconsapevolmente i genitori fanno tali disastri, soprattutto se costretti a esercitare il ruolo secondo il coercitivo e oppressivo canone borghese da gita domenicale di famiglia, da pensare che davvero come diceva Pasolini “I figli pagano la colpa dei padri, la colpa di essere borghesi”. Per dirla con le parole di Camanni: “Perfino di fronte alla morte di un compagno, (…) il cuore resta imprigionato nella passione originaria, esclusiva, come un amore dell’adolescenza mai del tutto consumato, un dolce rimpianto che fa male fino alla fine. (…) Questo è il fantastico, enigmatico, umanamente folle e follemente umano fascino della montagna, dove non ha senso ciò che si vede, ma solo quello che non si vede. Quella fiammella che gli alpinisti si portano dentro cercando di non scottarsi troppo.”

  2. In seguito a un incidente a una persona che conoscevo, mi sono chiesto spesso anche io “perchè andare in montagna? ne vale la pena?”. Non ho ancora una risposta precisa, ma il desiderio di andare è forte e difficile da resistere.
    Secondo me, un limite nel discorso di Theresia Bortoluzzi (per quello che deduco da questo articolo) è quello di trattare l’andare in montagna come una attività monolitica. Esiste un’infinita sfumatura di pericolosità tra stare a casa, un’escursione sul Resegone, la normale al Gran Paradiso e un’invernale sull’Everest. Senza contare condizioni meteo, esperienza dell’alpinista e sue condizioni fisiche.
    La domanda del titolo è (credo) retorica e la risposta è giustamente no, la libertà, intesa come libertà di andare in montagna, non vale la vita. La risposta penso sia no anche all’esatto opposto (La vita vale l’assenza totale di libertà?). Tra questi due estremi c’è un mondo di possibilità, compreso quello di godersi la libertà di andare in montagna in modo responsabile, conoscendo i propri limiti, sapendo rinunciare quando necessario. E tuttavia tenendo sempre presente che l’incidente può avvenire anche nelle condizioni migliori.

  3. Salve Agostino, l’articolo è interessante e stimola la riflessione e il dibattito. Fondamentale, condivisibile e realizzabile l’idea di creare un sistema di protezione economica per chi resta. Già questo da solo sarebbe/sarà tantissimo.
    L’altro aspetto è altrettanto importante, ma molto più difficile da affrontare con lucidità e serenità, perché siamo nel campo dei sentimenti e delle emozioni, con le quali lucidità e serenità poco hanno a spartire.
    L’alpinismo, a mio modo di vedere, non è quasi mai una scelta, uno ci nasce alpinista, e ad un certo punto della vita scopre di esserlo. Genitori non si nasce, lo si diventa, ed è quasi sempre una scelta. Scelta che dovrebbe essere sempre consapevole delle responsabilità che ne conseguono e delle implicazioni sul proprio futuro. Tutte le scelte importanti della vita, e diventare genitore è tra queste, devono essere prese con questi presupposti. Dopodiché si entra nel campo del personale. Ciascuno interpreta questo ruolo a suo modo, in base alla propria educazione, ai propri principi, al proprio vissuto. Ma sempre cercando di dare il massimo. Cosa vuol dire “ottimo genitore”? Chi è che concede la patente? Nessuno. Solo noi stessi. Ogni giorno. Ovviamente facciamo errori, inciampiamo, facciamo anche del male a volte ai nostri figli. Ma sempre mentre stiamo cercando di fare del nostro meglio, di dare il massimo nel percorso che abbiamo scelto. Ponendoci quotidianamente una domanda semplice: “se domani non dovessi far ritorno a casa, qual’e’ la cosa relativa alla mia famiglia che vorrei aver compiuto?” E poi essere coerenti e seguire le indicazioni ricevute dalla risposta che ci si e’ dati. Questa è la chiave, nel malaugurato caso, per non lasciare dietro a se unicamente solitudine, dolore e domande irrisolte.

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