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NangaParbat: chi gioisce e chi rosica. Un anno dopo

Come dire, c’è un mondo che gioisce e approva e c’è n’è uno che rosica. Io gioisco: mi fa piacere che la Gazzetta dello Sport, tra i molti bravissimi atleti di una annata olimpica, abbia scelto di premiare anche una alpinista. Fa bene anche all’alpinismo e alle montagne. Tamara Lunger ha ricevuto il premio “fair play” perché ha saputo rinunciare alla vetta ed al primato di essere la prima donna a salire un ottomila in inverno per non mettere in difficoltà i suoi 3 compagni maschietti che invece se n’erano andati in cima. Il primo ad arrivare sugli 8126 metri del Nanga Parbat, per una piccola variante finale, fu Ali Sadpara, poi dopo una ventina di minuti in vetta ci arrivò Alex Txikon, suo compagno di spedizione, e infine Simone Moro, aggregatosi verso fine stagione alla spedizione dei primi due. Simone racconta alla Gazzetta, durante la festa per il riconoscimento a Tamara, che erano le 15,37 minuti del 26 febbraio e che c’erano 54 gradi sottozero.

Racconta anche un aneddoto riguardo alle fotografie di vetta: gli altri due stavano scendendo senza documentare lo storico evento, ma lui intervenne perché gli “scatti più gelidi della storia dell’alpinismo” immortalassero l’impresa formidabile.

Tamara era un po’ più in basso, 70 metri di dislivello, tormentata da una giornata fisicamente negativa alla quale aveva cercato di reagire con la forza della volontà. Ne ha molta. Racconterà di essersi sentita abbandonata anche da Dio, con il quale ha peraltro un serio rapporto di fede. Aveva vomitato, era disidratata e prostrata, ma aveva tenuto duro. Infine la rinuncia dolorosa, ma la giornata non era ancora terminata: bisognava scendere. Tamara, prima di arrivare alla tenda della salvezza ormai al calar della luce, scivola e precipita, riesce infine a fermare la caduta, si fa male ad una caviglia, ma si riprende e risale fino alla traccia e finalmente anche lei è in tenda.

Tamara Lunger con Bebe Vio. Photo @ Tamara Lunger Facebook Page
Tamara Lunger con Bebe Vio. Photo @ Tamara Lunger Facebook Page

Una storia che ci ha tenuto con il fiato sospeso per settimane questa di Simone Moro e Tamara Lunger al Nanga Parbat d’inverno. Certo non c’erano solo loro su quella montagna: hanno avuto la fortuna che ci fossero anche altri, altrimenti Simone e Tamara, che avevano scelto una via di salita rivelatasi poi impercorribile, sarebbero dovuti ritornare al Nanga Parbat un’altra volta.

Ma ci vuole anche fortuna ed è bene tutto quel che finisce bene.

Chi rosica? Molti nel piccolo mondo della montagna. Come al solito coloro che non capiscono e non condividono il successo altrui, ma questo accade non solo in alpinismo: l’invidia è una brutta bestia. Altri invece rosicano avanzando critiche tecniche, altri rigettando la spettacolarizzazione, la pubblicità, gli sponsor come elementi di corruzione estetica, sportiva ed etica. Sono quelli che il Nanga dello scorso anno non l’hanno digerito tutto, compresi, almeno in parte, i protagonisti, accettando che sia stato una dura ed esaltate avventura alpinistica, ma anche una intrigante storia di uomini coraggiosi e ambiziosi ed in competizione tra loro. Anche le donne hanno fatto in ogni caso la loro parte. Tre erano al campo base, di cui due, Tamara ed Elisabeth Revol, fortissime alpiniste, lì c’era poi la morosa, ma non si poteva dire, di Txikon, la quale era anche la sua press agent, e almeno altre due in stretto collegamento skype con il campo base. Una storia di passioni, intrighi, di amori, di ambizioni ed in certi momenti drammatica, con venature d’odio, adatta per la sceneggiatura di un film hollywoodiano.

Esagero?  Forse.

Il Nanga nell’inverno dell’altr’anno è stato duro ma clemente e come dice sempre Simone Moro alla Gazzetta: “La montagna che chiamavano assassina questa volta è stata molto generosa con noi”. Vero e ne siamo contenti.

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