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Gasca: “Sui Nebrodi finisce il mio viaggio in Appennino”

CEFALU’, Palermo – Stanno bombardando Messina, o così pare dalle violente esplosioni che fanno saltare gli allarmi delle macchine e tremare i vetri delle finestre. In realtà, però, è solo un forte temporale che si sta abbattendo sulla costa messinese mentre, nello stesso momento, pericolose ondate di piena deturpano la mia terra.
Il mio viaggio appenninico sta per finire. Questa traversata cominciata il 5 ottobre scorso sta per giungere al termine.

È San Fratello l’ultimo paese appenninico che mi aspetta. Mi accoglie sotto una leggera pioggia con la sua desolazione senza pari. Questo paese non ha un centro. C’è solo una lunga via con a lato un monumento ai caduti, questo è il loro centro. Per il resto, solo abusivismo edilizio che spicca qua e la tra case regolari.
Vago senza pena per ore prima di decidermi ad entrare in uno dei bar del paese.
Ma viene qualcuno da fuori a visitare il parco? Chiedo mentre divoro un panino “Qua? Qua non viene nessuno da anni orami. Sale su qualche siciliano da Palermo per la festa del paese poi non si vede più nessuno per un anno.” Affermano con rimpianto. È per questo che forse han chiuso tutte le strutture ricettive, gli ultimi coraggiosi hanno dovuto rinunciare a marzo di quest’anno mi raccontano.
Non può essere questo paese franato la mia fine. Non posso finire lì dove il senso di montagna si è completamente perso tra frane e noncuranza istituzionale. Eppure questo piccolo borgo dalla parlata nordica dovrebbe essere il luogo ideale in cui chiudere il viaggio di un uomo d’alpe perso in Appennino. Qui infatti si parla un misto di piemontese, ligure, lombardo ed emiliano al posto del classico siciliano. Un dialetto sintomo di una migrazione al contrario, una migrazione verso sud che risale a tempi antichi, a quando il Conte Ruggero di Calabria decise, per ripopolare la zona dei Monti Nebrodi, di importare coloni dalle regioni del nord.

Nel frattempo ho percorso interamente la via principale, ci ho messo dieci minuti e sono già riuscito a farmi riconoscere e adocchiare da tutto il paese. Il mio zaino dà nell’occhio, non sono abituati qui a vedere gente a piedi con zaini da venti chili sulla schiena. Dai balconi mi osservano passare e alcune macchine rallentano per scrutarmi mentre cammino. Meglio andare a prendere il primo autobus utile in piazza.
Inizia così la mia discesa verso il mare. Mi telefona Roberto Mantovani, storico dell’alpinismo europeo ed extraeuropeo. “Dove sei?”, chiede. “Sto andando a Cefalù” rispondo con monotona indolenza, “sto finendo questo viaggio appenninico” dico, anche se non mi sento di averlo finito. Non sento la leggerezza della fine di un lungo viaggio, anzi. Sento il peso dell’assenza di una fine, come se tutto fosse rimasto sospeso ed incompleto. Saranno state queste montagne, montagne che non sono riuscito a comprendere, nascoste da una fitto strato di nubi temporalesche.
Scendo verso il mare senza aver capito se il viaggio è davvero finito, per me no. Sono certo di aver attraversato non solo delle montagne ma un pezzo d’Italia, la parte più viva e pulsante. Ho visto e vissuto la parte minore del nostro Paese, quella lontana dai circuiti turistici, quella isolata su scogli in mezzo ad un mare di velocità e fretta. Luoghi dove non si finisce per caso, luoghi da viaggiatori.

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